On Saturday 25th June 2016, Prince Giuseppe Grifeo di Partanna decided to gather some friends in the Castle of his ancestors in Partanna, Sicily. Thanks to Dottore Domenico de Gennaro and the “Il MedioEvo” Association, the funds reunited in occasion of this Gala Dinner will be used to restore two wonderful masterpieces of Sicilian Middle Age.
Prince Giuseppe Grifeo di Partanna greeting his friends: Mrs. Anna Maria Napoli and her husband, Mr. Vincenzo Mendolia, owners of the delicious “Baronessa” Olive Oil and the Della Rocca brothers, Daniele & Massimo, from Martina FrancaIn company of Dr. Domenico de Gennaro and his wife, Dr. Rosalia Crescenti and Onorevole Nino Oddo and his wife
The Grifeo family is one of the most antique and famous names of Sicily. Their ancestor, Giovanni Grifeo the First was rewarded the territory of Partanna in 1091 by Earl Ruggero of Sicily in gratitude for his help to fight against the Arabic invaders and since then, the Grifeo family became “Grifeo di Partanna”.
Prince Giuseppe Grifeo di Partanna showing me his impressive GenealogyCastello Grifeo in Partanna
Their impressive castle was the marvellous settings where many VIPs decided to get together to enjoy the most delightful evening of the beginning of the summer with typical Sicilian dishes and above all, a piano concert by two young and brilliant artists, Luca Lione and Giulia Martiniello, students of Maestro Vincenzo Marrone d’Alberti.
Luca Lione & Giulia Martiniello, students of Maestro Vincenzo Marrone d’Alberti
Maestro Luca Lione interpreting with grace and sentiment an unforgettable masterpiece of Franz Liszt
Needless to say that this enchanting evening is still alive in our hearts and we are looking forward to going back to this lovely area of the Beautiful Sicily.
All my gratitude and sincere thanks to our marvellous photographer, Mr. Angelo Campus.
ROMA – “L’opera lirica richiede il convergere in scena di recitazione, musica, letteratura e scultura; è multidisciplinare come l’arte contemporanea è, e tende sempre più ad esserlo.
Di più: la presenza di interpreti essendo indispensabile, il messaggio può continuamente rinnovarsi ed evolversi nel tempo – e questo non accade ad esempio con la scultura e la scrittura”: così Vincenzo Grisostomi Travaglini, regista, musicologo e saggista, persuaso che il nostro teatro lirico meriti ben di più e di meglio di un omaggio, peraltro doveroso, al suo grande passato.
Studi di giurisprudenza, psicologia e pianoforte, da ragazzo assistente volontario di Visconti e Menotti, Marco Bellocchio e Carmelo Bene (nel cui film “Amleto” interpretò Rosencrantz), Vincenzo lavora abitualmente fra l’Europa e l’Oriente: regie di Mozart, Donizetti, Verdi e Puccini, incarichi dirigenziali al teatro dell’Opera di Roma e al New National Theatre di Tokio, consulente del Ministero della Cultura della Repubblica Turca per la direzione generale dei teatri d’opera e di balletto; ha anche scritto alcuni libri (tra cui uno sulla vita di Katia Ricciarelli, presentato al Museo teatrale della Scala) e saggi che sono stati tradotti in più lingue.
Multidisciplinarità, messaggio capace di rinnovarsi, memoria della nostra storia e identità sono dunque le principali ragioni per cui anche noi, che viviamo nel terzo millennio e non siamo specificamente cultori di musica, dovremmo apprezzare Traviata e Madame Butterfly, Aida e Tosca? “Sì. Aggiungerei che mentre in altri periodi il punto di interesse era “il moderno” – nuove tecnologie, nuovi stimoli visivi, nuove sensibilità – oggi l’esigenza diffusa in ogni ambito culturale è di riattualizzare, ritrovare, quanto siamo stati e di conseguenza saremo. La cultura è conoscenza, e la conoscenza non ha tempo”.
Questo è assolutamente vero per i classici. Euripide è attualissimo “Anche la lirica (al di là dello stile di singoli melodrammi) può essere assunta come arte classica”.
Perché? “Risponde al bisogno che ogni individuo ha di formarsi, di sapere, anche di piacere. Attraverso un determinato linguaggio che definirei “classico” per estensione, noi potremmo oggi, con la nostra esperienza e sensibilità, riscoprire tutta una serie di valori”.
Recuperarli? “Eviterei questo termine, perché si recupera qualcosa che si è perduto, e non mi pare sia questo il caso, specialmente in campo musicale, dove i processi sono talmente complessi, tutto un susseguirsi e un altalenare di successi oblio riscoperte riconoscimenti. Secondo me il problema fondamentale della lirica è (stato) probabilmente nella complessità della sua esecuzione/rappresentazione. Sovente dico, in tono provocatorio, che ogni teatro ha il pubblico che si merita e ogni pubblico ha il teatro che si merita: come i Greci ci insegnarono per sempre, il teatro è uno dei punti cardine della città, dell’anima, del pulsare della civiltà. La musica in particolare “non va conosciuta ma va riconosciuta”, e qui arriviamo al cuore del problema: l’educazione musicale a scuola, che da noi manca totalmente. Eppure formare dei gruppi che suonino insieme – a livello assolutamente dilettantesco, chiaro – come avviene in tanti Paesi, sarebbe formativo ai fini non soltanto della musica ma dell’individuo stesso”.
Una Butterfly al teatro di Cosenza l’anno scorso è il solo impegno recente in Italia. Preferisci lavorare fuori? “E’ meno complicato per una serie di ragioni. Intanto per lo straordinario interesse al melodramma: in Cina, Giappone, SudEst asiatico, per non parlare delle Americhe da nord a sud, fioriscono nuovi splendidi teatri. Poi la frammentarietà del nostro Paese, che è ragione di ricchezza e al contempo di intralci, soprattutto in relazione a tante leggi che sarebbero da applicare prima ancora che da fare. Infine, per le nomine ai vertici, che sovente privilegiano fedeltà politica e doti manageriali rispetto a competenza e passione.
Però non sono pessimista: sono persuaso che la creatività mediterranea – ad esempio la straordinaria vocalità che ho ascoltato su entrambe le sponde – sia sempre viva e presente, e che al momento in cui la dichiarata volontà di maggiore attenzione alla cultura si trasformerà in atti concreti, il Nostro Mare sarà pronto a riprendere il suo ruolo guida”.
Il Teatro alla Scala ritrova una sua identità con la “prima” della verdiana “Giovanna d’Arco” e grazie all’incisiva presenza sul podio di Riccardo Chailly, recentemente nominato Direttore Principale del Massimo milanese (dal 2017 ne sarà Direttore Musicale). Una compagnia di canto d’eccezione, una prova di livello superlativo di orchestra e coro.
Riccardo Chailly sul podio del Teatro alla Scala (foto ANSA)
Da anni la Scala sembrava artisticamente accodata ad un “globalismo” europeo, dallo stampo ( … forse sin troppo …) personalistico di Stéphane Lissner; piegata da una commercializzazione strumentale del pur stimato musicista Daniel Barenboim. La Scala non ha bisogno d’inseguire mode effimere e ritrova oggi nel suo tessuto storico-musicale e grazie al maestro Chailly la sua più genuina ragione d’essere. Riproporre a distanza di un secolo e mezzo nella sala del Piermarini la “Giovanna d’Arco” è operazione lodevole, di restituire ad un più vasto pubblico il lavoro meno conosciuto di Giuseppe Verdi, all’epoca giovane compositore inebriato dal successo di “Nabucco” e nell’entusiasmo compositivo de “I Lombardi alla Prima Crociata”. Erano anni di fervente patriottismo e la musica di Verdi quale nessun altra si fece testimone di tanta passione, partecipazione ed entusiasmo. Inutile la diatriba di stampo tutto musicologico tra un Verdi minore, degli anni così detti “di galera” come li definirà egli stesso, ovvero di un periodo d’incessante ed esasperante lavoro in cui produrrà dieci opere in cinque anni e il Verdi dei capolavori più noti e rappresentati. Essenziale per un teatro d’Opera qual’è la Scala è la qualità della proposta.
Così che si è potuta appieno apprezzare, nella musica di “Giovanna d’Arco”, quella necessità continua di comporre del giovane Verdi che musicalmente si traduce in un ritmo estremamente serrato, in una urgenza espressiva. In piena atmosfera romantica e sempre attento a quanto in letteratura si esprimeva in Europa il compositore si rivolse alla drammaturgia di Schiller e se all’epoca, alla mancanza nella trama di una più reale visione storica dei fatti, si accentrarono le critiche, oggi si sarebbe sperato a che tanta possanza musicale, rispondesse una visione scenica di meno intriso ideologismo professionistico.
Giovanna d’Arco – Anna Netrebko (foto ANSA)
Moshe Leiser e Patrice Caurier hanno guidato registicamente con mano sicura la realizzazione di questa produzione, reinventandosi la vicenda e confinandola ad un sogno, un poco “folle”, dove tutto si svolge in una stanza che si anima in ogni sorta di allucinazione: siano diavoli o angeli, in deliri mistici, battaglie cruente e cavalli da parata. Tutto costruito con grande cura e perizia del particolare, ma come risulta indubitabile nella realizzazione musicale e forse ne avrebbe siglato la “novità, la realizzazione scenica avrebbe trovato giovamento da una meno compiaciuta lettura del testo; che la regia fosse stata pensata con diversa creatività, nella consapevolezza di quel libretto, senza forzature inutili che portano, al contrario, ad una banale ripetizione di uno stereotipo di rilettura già visto e stravisto. Questo non deve segnare un limite, bensì un nuovo punto di partenza che nello stesso concetto di spettacolo rifugga dall’ossessività della solita stanza, così come nelle scene di Christian Fenouillat e costumi impersonali di Agostino Cavalca, spazio sia pur popolato e animato da coloriti folletti e da sottintesi evocativi. Nello sfavillio di proiezioni e di luci magistralmente realizzate da Christophe Forey, passa in secondo ordine il lodevole lavoro di proporre la “Giovanna d’Arco” nel testo originale, precedente ai tagli e distorsioni imposti dalla censura asburgica.
Nel solco della musica, protagonista indiscussa della serata la compagnia di canto, non solo per l’egregia partecipazione del soprano Anna Netrebko e del tenore Francesco Meli, ma anche perché questi solisti hanno dato la prova di come oggi si debba affrontare la vocalità di un’opera lirica, di come se ne possa dare un’impronta personale, moderna e allo stesso tempo rigorosa, senza nessun compiacimento stilistico, una linea di canto per entrambi nobile e coinvolgente.
Giovanna d’Arco – Francesco Mei e Anna Netrebko (foto ANSA)
Anna Netrebko è un’ ideale “Vergine d’Orléans”, dalla tessitura estesa in una tavolozza di colori quanto mai varia, elegante e appassionata; sottolineando consapevolmente tutti quei passaggi, quelle espressioni che troveranno una più matura riflessione nelle opere successive di Verdi, come per il devastante conflitto con un padre baritono. Ruolo quest’ultimo, di Giacomo, sostenuto con decoro dal baritono Devid Cecconi, in sostituzione di Carlos Alvarez, indisposto.
Coro del Teatro alla Scala, Francesco Meli (foto ANSA)
Francesco Meli ha impersonato Carlo VII di Francia con freschezza evocativa dei grandi ruoli verdiani, che si celano in ogni passaggio musicale, sfumatura interpretativa. Riflessione e generosità espressiva affidata al tenore e da lì a poco a quello che sarà il baritono verdiano, come ad esempio nella prima versione di “Macbeth”, nel tormento del potere. Solitudine in “Giovanna d’Arco” che perseguita il Re di Francia sin dall’iniziale “Testé prostrato a terra … “Sotto una quercia parvemi …”, con Carlo VII disteso a terra, straziato, qui registicamente efficace, da ombre di spettri shakespeariani. Fantasmi, paure evocate dal coro che ha dato superba prova, sempre puntuale, impeccabile, consapevole di un ruolo principale. Completa la compagnia di canto il basso Dmitry Beloselski (Talbot).
Applausi per Anna Netrebko, Francesco Meli, Devid Cecconi (foto ANSA)
Tanti, tantissimi incondizionati applausi per gl’interpreti tutti; trionfo beneagurante per Riccardo Chailly e per il suo impegnativo lavoro alla Scala.
Vorrei ringraziare calorosamente tutti i miei amici del Kursaal per la loro gioiosa collaborazione, uno staff con il quale mi sono sentito in “famiglia”, cosī come nelle cucine del Palazzo e così come per lungo tempo in Francia, dove al limite del giardino della nostra casa era segnato il confine ideale tra un mondo esterno e la partecipazione e il calore delle nostre tradizioni più care. Musica, canto e cucina con i sapori di Cambogia, un’arte che abbiamo ieri sera condiviso nel segno della più genuina ospitalità Marchigiana. Sara e Simona, Riccardo e con loro la deliziosa, competente e petulante Rita, Monica in una sua rinnovata esperienza nella cucina asiatica, l’affascinante Grazia e la forza tranquilla e sempre sorridente di Philip. Cosa chiedere di più, caro Lucio, sempre attento e misericordioso nell’esaudire ogni desiderio… Ed il nostro desiderio, di Vincenzo e mio, è di ritrovarci presto insieme, nella “generosa” Famiglia del Kursaal, con immutato affetto. Magari, perché no … allietati dalla promessa di una succulenta anatra in umido e buon vino.
“Sì, tuona o cielo… Imperversate o turbini…” recita Edgardo nel vortice d’emozioni della torre di Wolferag in “Lucia di Lammermoor”…. No! Non è la tempesta annunciata della farsa che alcuni mesi or sono vedeva protagonisti un’Orchestra e un Coro del Teatro dell’Opera che si dicevano licenziati con il “placet” del ministero, da un Campidoglio incompetente e da una sovrintendenza giustizialista … La stagione del Massimo romano si è fatta ed è in corso e la produzione del capolavoro di Donizetti (aprile 2015) ne è uno dei punti di forza. Orchestra e Coro, non più “licenziandi” a dimostrare quel che sembrava non si volesse capire, ovvero che le masse sono il cuore pulsante di un teatro d’Opera, ancor più se Fondazione e questi organismi quando ben guidati possono fare la differenza.
Gaetano Donizetti
E così è stato con direttore e concertatore Roberto Abbado e con il maestro del coro Roberto Gabbiani. L’orchestra come non mai sotto la bacchetta dell’elegante, sensibile direttore ha vibrato con intensità espressiva. Tutto era esatto, nei tempi, nelle dinamiche, nelle accurate sfumature espressive; allo stesso tempo attento e partecipe alle esigenze vocali in quella fusione di un dialogo continuo fra palcoscenico e strumentazione dove le emozioni di tanto amore, tradimento e una iniziale oppressione di “ragion di stato”, si alternano scambievolmente in un discorso ricorrente e in un linguaggio, quello donizettiano, che da questo momento in poi segnerà l’evoluzione del melodramma italiano. Il bailamme di un universo tumultuoso accompagna l’alienazione di una mente che ritrova la sua armonia solo nei ricordi di un sentimento negato e il reintegro in orchestra della glassarmonica nella scena della “Pazzia” è stato episodio tra i più mirabili e coinvolgenti. Suggestione appassionante grazie anche all’interpretazione di uno dei due soprani previsti nell’avvicendarsi delle recite romane, il soprano Maria Grazia Schiavo, una giovane cantante che ha percorso le strade del Barocco e di quella che nacque come Nuova Compagnia del Canto Popolare; che di queste esperienze ha fatto scuola per affrontare questo impegnativo ruolo nel quale si è calata con sicurezza, passione e senza mai travalicare quei limiti che da esigenze belcantistiche sono traboccanti d’espressività romantica. Edgardo per eccellenza è il tenore spagnolo José Bros che dalla sua esperienza fa scaturire naturalezza e aderenza al personaggio. Sempre elegante, vocalmente generoso, partecipe.
Il Tenore José Bros col Maestro Vincenzo Grisostomi Travaglini dopo la Generale di “Lucia di Lammermoor”, Teatro dell’Opera di Roma, 29 Marzo 2015
Titolari dei due ruoli protagonistici sono, da citare, il tenore Stefano Secco e il soprano Jessica Pratt di cui hanno avuto modo di parlare le cronache romane. Con loro il baritono Marco Caria che probabilmente avrebbe trovato una ragione del suo personaggio con maggiore attenzione propria o dello staff responsabile di palcoscenico. Questa presentata all’Opera è stata una versione di “Lucia di Lammermoor” che si potrebbe definire filologica se queste termine sempre più non venisse equivocato con una inaridita aderenza al testo originario, bensì lo è stata nello spirito di ricreare musicalmente e nell’ambiente quelle intenzioni di quell’autore e di quel momento culturale che in quanto tale trascende l’epoca. Per rendere questo nella sua compiutezza si deve avere una compagnia adeguata in ogni sua parte e il basso Carlo Cigni (Raimondo) così come il secondo tenore Alessandro Liberatore (Arturo) erano ben lontani da un più coerente discorso d’insieme. Bene il Normanno di Andrea Giovannini. Complesso il ruolo che si è voluto attribuire ad Alisa (Simge Büyükedes) che in quest’opera di “lontananze”, per scelta scenica era una suora indifferente. Questo, dell’indifferenza, era il problema scenico di questa produzione, ovvero quello di un palcoscenico anonimo, grigio, impersonale. L’allestimento era stato affidato al genio di Luca Ronconi che come è noto è venuto a mancare lo scorso febbraio. Il progetto era stato, probabilmente, abbozzato e la realizzazione è stata affidata dopo la sua scomparsa a quello che è lecito pensare fosse il gruppo di lavoro voluto da Ronconi. Il risultato è stato deludente! Neanche un ricordo dell’arte ronconiana in una produzione che ricordava vagamente passati successi del celebre regista, ad esempio i “Dialoghi delle Carmelitane” di Georges Bernanos (1988) con le pareti ed elementi scenici intercambiabili e sarebbero possibili tanti altri riferimenti, relegati ahimè in una nostalgica, involontaria rievocazione avulsa da una qualsiasi attinenza con un progetto legato ad una nuova proposta. Ancora … si vedevano sbarre con dietro coristi in veste d’ “impazienti” in ospedale psichiatrico, ai lati della scena ancora una volta pubblico dell’epoca con costumi che si sarebbero detti di repertorio verdiano e pur sempre tristemente grigi; scenografia inutilmente macchinosa; luci rigidamente monocrome e crepuscolari, nessun intervento significativo che si potrebbe definire registico. Uno spettacolo, in conclusione, contraddittorio dove l’aspetto musicale ha trionfato, a differenza di quello visivo. Ricorderemo Ronconi per ben altri meriti! Per l’Opera di Roma il futuro è sempre nella speranza …
Addressing the assembly at the end of the Holy Mass, under the protective look of “Father Kiké” in Battambang, 22nd February 2015 Photo credits: Ramon Figaredo Rubio
I already had the opportunity to introduce you His Excellency Bishop Enrique Figaredo Alvargonzalez, that we all call “Father Kiké” in Cambodia.
Having heard so much about Him, I was looking forward to my first encounter with such a special character and that was done on November 26th, 2014. It was a rainy evening and Father Kiké asked me to wait for him at the Jesuit Curia in Rome, near the Vatican. From there, I went with the Jesuit Bishop to my favourite « trattoria » Da Luigi, where we discussed a lot about Cambodia, the Catholic Church in Battambang, etc…
My very first encounter with His Excellency Bishop Enrique Figaredo Alvargonzalez at “Trattoria da Luigi” in Rome, 26th November 2014
Very impressed by such a charismatic and interesting personality, I promised to myself that, as soon as it would be possible, I will pay a visit to Father Kiké in Battambang. It is my Dear Friends, Olivier and Edwige Michon, who gave me this lucky opportunity last February. We have decided for a long time that we would go back to Cambodia to celebrate their twentieth wedding anniversary and they found it a very good idea to go to Battambang as well.
The Holy Virgin at the entrance of the Apostolic Prefecture of Battambang
On February 21st and 22nd of this year, we were greeted in Battambang with a big hot storm, which made us appreciate even more the swimming-pool of Princess Marie’s La Villa, a charming little boutique hotel in the heart of Battambang historical centre, directed by the very kind and dynamic Corinne Darquey. We invited Father Kiké to have dinner there with us and he invited us to participate the day after in the Sunday Holy Mass celebration at the Apostolic Prefecture in Battambang, better known by locals as « Pet Yeay Chi » or Nuns’Hospital. We were absolutely enchanted all along that very Sunday : first, the Mass which was a very particular moment of joy and faith, with all these young girls and boys, singing and smiling at us. Then, we met Father Totet Banaynal, the vicar who is from the Philippines and speaks perfect Khmer, as well as Father Kiké by the way…
Father Totet proclaiming the Holy Gospel
Afterwards, both of them made us visit their little world, with the school rooms for the handicaped girls and boys they are taking care of. Some of them arrived to be introduced to us and we had many opportunities to talk and laugh altogether. We even went to disturb the young fellows who are living there and attending the university of Battambang, the proof that Jesuits, even in Cambodia, are always careful to maintain the high study level for their pupils.
With Olivier Michon and Vincenzo Grisostomi Travaglini, together with Father Kiké and some of his numerous pupils….
After these very moving moments shared with all the young ones, Father Kiké led us to have lunch in a very specific place, The Lonely Tree Café. What a surprise to be welcomed in Battambang with a delicious fresh Gazpacho, followed by tasty Tortillas and the whole, drinking such a good red wine from Rioja !!! Of course, we also had the Cambodian traditional « Loc Lac » Beef. Before going back to Siem Reap, Father Kiké gave each of us a magnificent cotton krama and made us promise to come back as soon as possible.
Needless to say that each of us was deeply touched by all we saw and felt on that blessed Sunday, but above all, love and kindness were always present. We actually lived what Sainte Thérèse de Lisieux has taught us :
“Ubi caritas et amor, Deus ibi est.”
“Where charity and love are, God is there.”
Thank you Father Kiké for all you did, do and will do for all of us, your Cambodian children, brothers and sisters !
Accanto alla locandina di “Madama Butterfly” al Teatro Rendano, Cosenza
Il Teatro Rendano è un teatro di tradizione molto rinomato in Italia, che si trova nel cuore del Centro Storico di Cosenza in Calabria. Una regione, la Calabria, che è legata in qualche modo alla nostra Famiglia, alla dinastia Khmer, perché qui si volle fermare il mio antenato, il Re Sisowath in viaggio dalla Cambogia per Marsiglia, in occasione dell’Esposizione Coloniale del 1906. Era questa l’opportunità per presentare in Europa il Balletto Reale di Cambogia che si esibì in Francia, per la prima volta in Occidente. Come sappiamo, tra gli spettatori a Marsiglia vi era Giacomo Puccini che al pari di tanti altri artisti presenti, rimase impressionato da questa arte, musica e danza, dalla ritualità sacrale di una gestualità simbolica, sempre in melodica armonia. Ebbene, assistendo al Rendano di Cosenza alle prove di regia e musicali del così detto “duetto dei fiori” della “Madama Butterfly” ho ritrovato molto della nostra cultura, nello spargere dei petali di fiore, nel dilatarsi dell’attesa e nella speranza di un amore che si rivelerà fatale! Il mio antenato, fermandosi per un solo giorno, anzi poche ore, in terra di Calabria, ne rimase talmente affascinato che quando gli fu comunicato della distruzione causata del terremoto di Messina, volle contribuire generosamente alla ricostruzione di tanta rovina.
Cio-Cio-San (Cinzia Forte) disperata, di fronte a Kate Pinkerton (Annalisa Sprovieri), sotto lo sguardo di Sharpless (Valdis Jansons) e di Suzuki (Sunghee Shin)
Veniamo al mio viaggio a Cosenza! La sera dello scorso 19 dicembre al Teatro Rendano, Direzione Artistica Lorenzo Parisi, è andata in scena proprio “Madama Butterfly” di Giacomo Puccini, sotto la direzione musicale di Alberto Hold-Garrido e con la regia del Marchese Vincenzo Grisostomi Travaglini de Fonseca. Nel ruolo di Cio-Cio-San, la luminosa e bellissima Cinzia Forte che ha incantato il pubblico con la sua interpretazione sensibile, piena di grazia e di riferimenti ad una tradizione orientale genuina. I ruoli di Suzuki, Sharpless, Pinkerton e Goro erano stati affidati ai vincitori del Concorso Internazionale per cantanti lirici “Maria Quintieri”, assegnati nell’ordine a Sunghee Shin, Valdis Jansons, Angelo Fiore e Nao Mashio. Questi hanno regalato con la loro freschezza e con il loro talento i rispettivi personaggi, sempre al servizio di un’opera molto difficile e piena di sfumature musicali. Gli altri solisti sono stati scelti con cura e devo confessare che almeno per quanto riguarda i ruoli di Kate Pinkerton (Annalisa Sprovieri), del Principe Yamadori (Antonio Barbagallo) e dello Zio Bonzo (Manrico Signorini), la bellezza dei cantanti era paragonabile alla loro abilità a sostenere il proprio ruolo, cioè alla perfezione !
In compagnia del Maestro Alberto Hold-Garrido, della Dottoressa Luigia Pastore Fiorentino, del Marchese Vincenzo Grisostomi Travaglini de Fonseca e dei due protagonisiti di questa tragedia d’amore, Angelo Fiore e Cinzia Forte
Il Maestro Alberto Hold-Garrido, arrivato appositamente dalla Scandinavia per dirigere l’orchestra del Teatro Rendano, si è trovato di fronte ad una situazione molto particolare di un complesso orchestrale nel suo insieme ancora “giovane”, che si cimentava con un lavoro complesso, ma grazie alla sua abilità ed esperienza e al suo senso del teatro in musica il Maestro concertatore e direttore è riuscito ad amalgamare il tutto scavalcando le contingenze di un arco temporale troppo breve, che avrebbe richiesto maggiore attenzione nella composizione di un organico così come previsto dalla partitura. Risultato alfine meritevole, sempre al servizio della musica del Grande Puccini e della fama del Rendano di Cosenza. Il Coro “Francesco Cilea” veniva da Reggio Calabria, mi dicono molto conosciuto e avuto modo di apprezzarne la dedizione e musicalità, sotto la direzione di Bruno Tirotta.
Il Principe Yamadori ( Antonio Barbagallo ) tenta di convincere Cio-Cio-San ( Cinzia Forte ) di rinunciare a Pinkerton per diventare sua moglie… in vano.
Le scene magnifiche di Tiziana Fiorillo evocavano una casa tradizionale giapponese con un ponticello, adornato di un portico alla “moda di Kyoto” dal quale Cio-Cio-San vedrà la nave di Pinkerton tornare a Nagasaki, dopo tre anni di assenza. I costumi sontuosi di Fabrizio Onali ed Otello Camponeschi hanno rapito lo spettatore in un universo di seta colorata, di ricami e di tessuti preziosi, provenienti della lontana Asia.
Insieme al Marchese Vincenzo Grisostomi Travaglini de Fonseca, con due giovani figuranti bravissimi, Salvatore Sposato e Matteo Coschignano…
Ho avuto la fortuna di poter partecipare all’ultima settimana di prova con il Maestro Vincenzo Grisostomi Travaglini e del suo “Magic Team”: Giovanni Pirandello per le luci, incantevoli ed affascinanti come sempre, e l’assistente regista, efficace e discreto, Francesco Liuzi, sotto lo sguardo sempre benevolente di Luigia Pastore Fiorentino, Direttore Amministrativo del Teatro Rendano, ma soprattutto un’amica con un cuore generoso e fedele, mai rinnegato. Con noi, sempre attenta e partecipe, una squadra di giovani figuranti volontari adorabili (posso citare Salvatore Sposato, Matteo Coschignano, Andrea Carbone, Tommaso Caruso e tanti altri..) che si sono dimostrati all’altezza delle esigenze di una regia rigorosa e dinamica.
Ultimi consigli prima di salire in palcoscenico
Per terminare, lascio la parola al regista, Vincenzo Grisostomi Travaglini de Fonseca, che ha firmato una “Butterfly” sublime di maestà e di riferimenti all’Oriente, cosi caro al cuore di Giacomo Puccini:
«Si parla spesso di innovazione, di prodotti “personalizzati” ma a volte si abusa di questi termini, nel senso che l’opera lirica è una forma d’arte del tutto particolare rispetto alle altre. È l’unica ad aver bisogno, per essere fruita dal pubblico, di una mediazione, che è quella incarnata da tutti gli interpreti, dal direttore d’orchestra, dal regista, i solisti, l’orchestra, il coro e tutto il personale che vi lavora. Tutto questo è già un’attualizzazione di per sé, perché cogliere gli umori, le sensibilità che stanno dietro a una qualsiasi iniziativa, gesto, sguardo o canto che sia, fa sì che ogni produzione sia a sé stante, diversa, attuale. Certamente, c’è poi la parte del regista, che lavora sempre in stretta collaborazione con il direttore d’orchestra, un’impronta che deve nascere all’interno di quella che è stata a sua volta la genesi dell’opera, per comprendere tutto quello che ci può essere dietro, alla base e alla fonte di ciò che ha contribuito ad accendere in Puccini quella scintilla emotiva che per lui era essenziale, per creare e comporre. La “Butterfly” è in qualche modo un dipinto musicale allineato con le esperienze di tutti quei compositori come Ravel, Debussy, Saint Saens e Puccini stesso, attratti dagli echi dell’Oriente. Di questo orientalismo Puccini si interessò e si informò in maniera precisissima, determinando l’accensione della sua poetica nei confronti di un amore impossibile e ideale e che, dopo essere stato cercato, per colpa di incompatibilità e di disattenzione da parte di qualcuno, si perde. E questa frattura la trasferisce nel rapporto Occidente-Oriente, nell’orchestra così come nel libretto e nell’insieme, quindi, nell’interpretazione».
Con Nao Mashio, spumeggiante Goro, insieme ai nostri ufficiali di marina e le loro geisha…
N.B. Molte foto sono dell’amica Iole Brogno che ringrazio con amichevole affetto.
Prendo l’occasione dalle manifestazioni che si sono svolte a Roma e nella protesta che ha visto quale bersaglio il sindaco di una Roma Capitale che nel prestigio è capitale, ahimè, solo di nome. I problemi che vengono denunciati dagli abitanti di molti quartieri romani vengono contestati a gran voce nelle strade e nelle piazze … Io, in queste poche righe, vorrei tornare a una piazza dimenticata per un argomento che, nonostante le tante delusioni, non riesce a lasciarmi indifferente e mi coinvolge emotivamente. In una domenica “ecologica” piovosa e ventosa che di ecologico richiederebbe solamente la differenziata dell’amministrazione capitolina passo per piazza Gigli dove s’impone un orrendo striscione che pubblicizza la prossima stagione del Teatro dell’Opera. La grafica scelta da qualche tempo dalla Fondazione Lirica è lo specchio del cattivo gusto generalizzato della sua gestione. Scomparsa “Aida” quale spettacolo inaugurale, sostituita con una produzione di “Rusalka” si pone giustificata la domanda di come all’Opera di Roma si possa realizzare una stagione lirica senza Orchestra e senza Coro. Risuonano quindi,nel silenzio di una piazza deserta, gli echi stonati delle tante dichiarazioni inverosimili di Sindaco e Sovrintendente … Un venticello domenicale, ben più impertinente del tipico Ponentino, s’insinua allora fugando lo sdegno, sussurrando sentiti dire e suggerisce impertinente che tutto il livore degli amministratori a cui il Teatro risponde con minacce di chiusura e licenziamenti non era altro che una “messa in scena” o meglio un’intimidazione che sopperiva all’incapacità di risolvere altrimenti una condizione di degrado. Dell’impossibilità di risolvere altrimenti una situazione innegabilmente critica di un’istituzione, quella della Fondazione Teatro dell’Opera di Roma che non oggi, ma da decenni, si sarebbe dovuta affrontare con una seria riforma, con capacità e competenza! «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» … recitano le nobili parole del Principe di Lampedusa, ma qui di “gattopardesco”, di autorevole, si ravvisa ben poco. Se il venticello dicesse la verità, ovvero che nel silenzio di un’Opera avvilita si vorrà trovare un accordo con Orchestra e Coro, si procederà ad una riassunzione per motivi che non mi è dato sapere, così come pretestuosi erano quelli del licenziamento, in questo caso resterebbero solo le dichiarazioni di Sindaco e Sovrintendente che nelle loro affermazioni azzardate e fuori luogo, per coerenza, dovrebbero dimettersi. Se si volesse riscrivere la partitura di “Pierino e il Lupo” a loro sarebbe dedicata la sezione dei tromboni!!! I problemi del Sindaco sono ben altri e speriamo che vengano risolti nelle sedi competenti, al fine di arrestare un degrado della Città così come non si era mai visto. Per il sovrintendente, dopo la gestione del Petruzzelli, dove non sembra aver lasciato un buon ricordo, si potrebbe promuoverlo nuovamente e magari nominarlo alla Scala di Milano, dove al sovrintendente Pereira è stato chiesto di dimettersi al termine dell’Expo 2015 a causa di episodi non certo edificanti. In Italia per far carriera bisogna distinguersi in negativo e quindi il fine naturale sarebbe il Massimo milanese. Non è tutto, se il venticello sempre irriverente dicesse la verità si ventilerebbe per Roma anche il rientro del “Maestro” che da fiero paladino dei propri interessi non aveva esitato a lanciare la scomunica sulla Città Eterna dall’alto del superbo podio (e con carta intestata) della Chicago Symphony Orchestra!
Venticello romano impertinente, spero proprio che i tuoi sussurri siano menzogneri e che venga risparmiata alla Capitale questa ulteriore “vergogna”!!! Per non essere equivocato, non la “vergogna” di garantire una sia pur zoppicante stagione lirica, avvenimento al contrario auspicato, ma quello di confermarci nella mediocrità dei nostri amministratori.
Oggi a Roma piove, speriamo non segua la tempesta…Roma: “Città Eterna”, nonostante tutto!!!