La Turchia, come l’Italia, è un Paese di eccellenze e l’avere avuto occasione di potermi confrontare con diverse realtà, così come nella produzione di Carmen al XIII Istanbul Festival con solisti dell’Opera di Stato di Turchia, un’artista ospite eccellente mezzosoprano romeno, regista e disegnatore luci italiani e per la drammaturgia un conoscitore della letteratura musicale d’oltralpe, cambogiano d’origine, principalmente di madre lingua e cultura francese, questa opportunità è stata quell’insieme di valori da cui nasce una produzione di significativa riuscita, che lascerà il segno nell’evoluzione nel nuovo corso della cultura musicale in Turchia, dove sono in attività ben sei Teatri d’Opera e Balletto di Stato e tanti festival estivi, da Istanbul, Aspendos, Ephesus, Bodrum.
Premetto, che torno sempre con gioia ad Istanbul, non posso che ricordare i tanti momenti felici passati in questa città in compagnia del soprano Leyla Gencer, una delle più rilevanti artiste di canto della seconda metà del Novecento, che pur avendo scelto di vivere a Milano, dedicò gran parte delle sue energie alla promozione di giovani voci, con particolare attenzione per gli aspiranti solisti della sua terra, con i quali era sempre severa, perché da loro esigeva il meglio. Venne nominata in Turchia nel 1988 Artista di Stato. Ho partecipato a svariate edizioni di quello che è oggi il Leyla Gencer Voice Competition ad Istanbul, così come condividemmo pareri ed emozioni al Teatro alla Scala, infaticabile direttrice dell’Accademia di canto. Non è una nostalgia, la sua arte resterà nel tempo, bensì un ricordo dovuto perché in questa terra, di grande cultura musicale, qui tutto mi parla di Lei.
Leyla Gencer nel 1967
Per il Festival d’Istanbul è stato scelto quest’anno un luogo di particolare suggestione, all’interno del complesso dell’Haliç Kongre Merkezi, dove è stato appositamente realizzato nello spazio all’aperto un palcoscenico, servizi e ampia platea capace di quasi tremila posti, tutti esauriti per l’evento. L’impatto è inaspettato, il Corno d’Oro sulle rive del Bosforo, il tramonto è magico, sembra di vivere in un’era senza tempo.
Ogni suggestione, però, ha il suo prezzo da pagare e l’acustica è pressoché carente e l’amplificazione non adeguata. Questo non dissuade dal godimento della produzione e nella compagnia di canto svetta la sensuale, magnetica Ramona Zaharia. Del ruolo di Carmen lei ha capito tutto, si muove con sicurezza, con autentico timbro da mezzosoprano tendente a un brunito con effetto penetrante, che riconduce con determinazione il personaggio nell’incognita segnata dall’inesorabile destino. Esemplare l’Habanera, la Séguédille e in generale si distingue in ogni suo intervento, in particolar modo nel così detto terzetto delle carte del terzo atto da Voyons, que j’essaie à mon tour.
Ramona Zaharia
Accanto a lei il tenore Ali Murat Erengül, che non essendo il titolare del ruolo aveva cantato a piena voce nella prova generale del giorno precedente. A causa della rinuncia inaspettata del previsto tenore, nonostante questo, dopo un primo cenno di affaticamento e probabilmente d’emozione, si è distinto lodevolmente facendosi coinvolgere vocalmente e scenicamente. Certamente, la regia di Vincenzo Grisostomi Travaglini ha molto giovato al trionfo della serata, presente il Ministro della Cultura e del Turismo Mehmet Nuri Ersoy. Un allestimento di stampo tradizionale, allo stesso tempo dinamico e ben impostato, coadiuvato dalla collaborazione di Ravivaddhana Monipong Sisowath, il regista ha approfondito quello che doveva essere lo spirito vitale parigino di quella seconda metà del secolo XIX, arricchendo la produzione di balli, così richiesti all’Opéra-Comique, ma anche nella consapevolezza dell’ambizione e frustrazione di Georges Bizet nei confronti del Grand-Opéra.
Vincenzo Grisostomi Travaglini con Sisowath Ravivaddhana Monipong, in compagnia dei danzatori del Balletto di Stato di Istanbul
Le danze, con interpreti i primi ballerini dell’Opera e Balletto di Stato d’Istanbul, hanno vivacizzato e arricchito lo spettacolo, in assolo negli entracte, accompagnando Habanera e i Couplets d’Escamillo. Coreografa Aysem Sanel Savaskurt, nuova direttrice dell’Opera e Balletto del Teatro di Stato di Istanbul. Ottima la prova del coro diretto da Paolo Villa, a parte qualche incidente dovuto all’amplificazione, soprattutto nel finale. Esemplari le voci bianche preparate da Sercan Gazeroĝlu. Un lavoro d’insieme che ha coinvolti tutti i solisti dell’Opera di Istanbul, da Murat Güney generoso Escamillo; voce duttile dalle infinite sfaccettare il soprano Gülbin Gönay che ha restituito una Micaëla tutt’altro che banale e molto apprezzata dal pubblico; particolarmente i quattro amici di Carmen, ai quali nell’opera di Bizet è riservata ben altra finalità che nel romanzo di Mérimée da cui l’opera è tratta. Frasquita è Anna Sirel Y. Etyemez, Mércèdes: E. Tuĝba Tekişik, con loro Alp Köksal per Le Dancaire e Onur Turan per Le Remendado, puntuali e affiatati, con Carmen, nel Quintetto. Completano la compagnia Goktug Alpasar e Utku Bayburt rispettivamente Zuniga e Moralès.
Ramona Zaharia e Ali Murat Erengül
Un peculiare rilievo per le luci di Giovanni Pirandello, che con molteplici effetti hanno seguito la vicenda così che la musica si tramutasse in colore. Scene imponenti di Zeky Sarayoĝlu, a conferma di un artigianato fiorente; vivaci e policromi, una vera gioia per la vista, i costumi di Aşegül Alev e Gizem Betil.
Göktuğ Alpaşar e le donne del Coro dell’Opera di Stato di Istanbul
Direttore Zdravko Lazarov, a capo dell’Orchestra dell’Opera d’Istanbul, nell’impervio compito di superare gli ostacoli di una recita all’aperto, con venti marittimi di piacevole frescura, ma che hanno messo a dura prova la sua abilità nel tenere l’insieme. L’edizione proposta è quella apocrifa della Staatsoper di Vienna con i dialoghi sostituiti dai recitativi musicati da Ernest Guiraud, una scelta ancor oggi diffusa per uno dei titoli più rappresentati al mondo che, forse, ne rende più scorrevole l’ascolto per una esecuzione en plein air.
Arena esaurita e al temine standing ovation con applausi, che sembravano non voler mai terminare.
Uno scherzo lirico, assai vivace, briosamente soprannominato Il pasteggiar cantando, che vede alla ribalta ricette ideate o dedicate ai più celebri personaggi del melodramma, in prevalenza italiano e francese.
Nell’Ottocento grandi cuochi vollero cimentarsi in piatti che prendessero il nome dei beniamini del pubblico del melodramma, dal celebre compositore parigino Giacomo Meyerbeer, a Bizet e Berlioz. Il più noto protagonista, però, resta l’inappagabile Gioachino Rossini, raffinato gourmet e complice dei più noti chef della Parigi dell’epoca, da Marie-Antoine Carême detto il cuoco dei re e il re dei cuochi al celebrato Auguste Escoffier la cui cucina entusiasmò a tal punto Guglielmo II da fargli affermare: «Io sono l’imperatore di Germania, ma tu sei l’imperatore degli chef». Se Rossini è ben conosciuto nel mondo della gastronomia, meno consueto è l’imbattersi con altri buongustai, quali furono Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini. Verdi prima d’intraprendere un viaggio inviava agli amici e ospiti ricette scritte di suo pugno, affinché al suo arrivo potesse deliziarsi dei suoi piatti preferiti. Puccini si ritrovava con i suoi amici nel Club La bohème dove nello statuto erano previsti cibi prelibati, soprattutto cacciagione e vini senza parsimonia. Vietato, sempre nello statuto de La bohème, esimersi dai piaceri della tavola.
Un passo indietro, agli albori del XVII secolo, a Firenze e l’occasione sono le storiche alleanze matrimoniali; una di queste furono i grandiosi festeggiamenti in occasione del matrimonio di Cristina di Lorena con il granduca di Toscana Ferdinando de’ Medici. Tra banchetti favolosi, siamo all’alba della nascita del melodramma, protagonista è la progenitrice della figura della primadonna Vittoria Archillei, interprete del primo degli Intermedi eseguito nel Regio Salon di Palazzo. Nel 1608 saranno ancora una volta i cantanti ad avere la scena nel banchetto di nozze di Cosimo II de’ Medici con Maria Maddalena arciduchessa d’Austria: Vittoria Archilei, Francesca e Settimia Caccini, Melchiorre Palantrotti, il meglio che all’epoca si potesse chiedere alla scena canora. In quel lontano 1608 nel Salone dei Cinquecento, a Palazzo Vecchio a Firenze, vennero servite sei portate ed è ben precisato nelle cronache dell’epoca “abbondanti”: pavoni, capponi, tortore, fagiani, galli, mandorle, pistacchi, pan di spagna, bietole, prugne e mele; in tavola predominava sempre e comunque il sapore agrodolce. Così che tra banchetti, con timballi, fagiani, pernici e tanto vino, nacque il melodramma. All’epoca quella musica venne definita: “musica celestiale per chi ama il cibo degli dei”, con un buon condimento, aggiungerei, di piacere profano.
La felice unione tra musica e cibo è, in realtà, ben antica. L’uso d’accompagnare i banchetti con musiche risale fin dai tempi degli Egizi, per essere ripreso da Greci, Etruschi e Romani. Metà Odissea è cantata a un pranzo; la petroniana Cena di Trimalcione è interamente a ritmo di musica, perfino la liturgia missale è esaltazione cantata di un pasto rituale. La tradizione, che perdurò nel corso del Medioevo, si rinvigorì a partire dal ‘400. Per i conviti solenni, a cominciare dai pranzi di nozze, la presenza di cantori e musici era d’obbligo. Nei banchetti ufficiali delle corti, al liuto ed all’arpa era assegnato: “il compito di deliziare con delicate danze strumentali, le orecchie degli illustri commensali“. Nei pranzi domenicali e nelle occasioni speciali, si aggiungevano a questi “i trombetti, i corni e i piffari“. Nella cucina barocca i ricchi amavano lo sfarzo anche attraverso l’uso di spezie, che arrivavano direttamente dall’Oriente. Per un lungo periodo perfino il riso fu considerato una spezia, prima che se ne scoprisse l’utilità in cucina, dal dolce al salato. In questa fase storica il cibo diventava spettacolo, i banchetti erano una vera e propria messa in scena di piatti elaboratissimi, tagliati e serviti seguendo determinati movimenti, sempre volti a ricercare lo stupore dei commensali. Michel-Richard Delalande pubblica nel 1703 Les Symphonies pour les Soupers du Roy, composte come sottofondo musicale ai pasti di Luigi XIV. Georg Philip Telemann chiamò le sue grandiose suites Tafelmusik (Musica da tavola), forse per farci capire che la musica deve non solo essere ascoltata, ma anche degustata come se fosse cibo prelibato. L’espressione Musica da tavola, più nota nella versione tedesca e in quella francese Musique de table, designa il variegato repertorio di brani espressamente composti per essere eseguiti durante il banchetto. Di musiche da tavola ne scrive ad esempio Giovanni Battista Lulli (Jean-Baptiste Lully). Anche Beethoven compose musica da tavola, l‘Ottetto per fiati op. 103 del 1792, scritto per allietare la mensa dell’Elettore di Bonn e in tempi più recenti Paul Hindemith e molti altri. Cibo e musica vanno a braccetto da sempre e presentano anche similitudini lessicali; un piatto si compone e Leonard Bernstein ha ideato il ciclo delle “quattro ricette” per voce e pianoforte, basato su un testo che si chiama La bonne cuisine. Non dimentichiamoci dei direttori d’orchestra che amavano cucinare, quali ad esempio Karajan e Erich Kleiber, quest’ultimo affermò ed è quanto mai attuale: «Ascoltare solo musica registrata e non andare ai concerti è come mangiare solo cibi in scatola. E invece fa bene mangiare cibi freschi».
Da Firenze a Venezia, nel fulgore della gloria della Serenissima, con Antonio Vivaldi che come ci riportano le poche cronache concernenti la vita privata del musicista, non poteva rinunciare al risotto in tutte le sue più fini declinazioni, come pure del pesce; riso usato in circa 220 piatti durante l’epoca barocca. Ispirandosi all’opera di Vivaldi e seguitando la scia dei profumi musicali, si è voluto scherzare molto vivacemente con “interpretazioni” venete del riso sulla più celebre composizione del Prete Rosso: Le quattro stagioni. Senza voler forzare il paragone, per l’Inverno si è volto scegliere la ricetta del riso e cavolfiore; certamente il risotto risi e bisi ben si sposerebbe con la Primavera, questa portata era d’obbligo il 25 aprile, giorno di San Marco patrono della città; per l’Estate risotto alle seppie; infine il risotto ai finferli (gallinacci) e prosecco per quanto riguarda le nebbie lagunari evocate nell’Autunno. Il riso, che tanto amava Vivaldi, era arrivato nella Repubblica di Venezia dai paesi arabi, per poi essere coltivato nel veronese.
Eccoci nelle Marche con tre grandi compositori, in ordine cronologico: Giovan Battista Pergolesi, Gaspare Spontini e ovviamente il gastronomo per eccellenza che in questo incontro la farà da protagonista, Gioachino Rossini. A Giovan Battista Pergolesi, nato a Jesi nel 1710, è legato un piatto all’epoca caratteristico della sua città natale la Coratella d’agnello con cipolla alla Giovan Battista Pergolesi, una ricetta d’uso comune dei cordai jesini, che vivevano a pochi passi dalla casa natale del celebre compositore. Nell’intermezzo buffo La serva padrona di Pergolesi la cioccolata è quasi il fulcro della vicenda, così in Mozart l’astuta Despina del Così fan tutte prepara una cioccolata che poi servirà alle sue dame in preda a un attacco di malinconia d’amore. Mozart, lo incontreremo nuovamente al momento del dolce, era particolarmente bramoso di chocolate e a lui sono state dedicate molte ricette che fanno del cacao l’ingrediente principale. Molti grandi musicisti ne erano ghiotti, da Rossini a Verdi. Tornando alla Marche, un gran goloso di chocolate era Gaspare Spontini la cui moglie, Celeste Erard, ha lasciato una ricetta, Crème au chocolat râpé (Crema alla cioccolata grattugiata), tramandataci in un manoscritto ancor oggi conservato a Jesi. Andiamo per ordine, non abbiamo che accennato a Gioachino Rossini e riconducibili alla musica da tavola sono le brevi composizioni per pianoforte del pesarese intitolate ad antipasti e dessert, composte a Parigi in epoca matura, «le sole infrazioni» come lui stesso scherzosamente le aveva definite, alla decisione del compositore presa nel 1829 di non scrivere più musica. In realtà, fortunatamente, non sono le sole “infrazioni” raccolte nei 13 volumi che Rossini stesso chiamerà, con delizioso sarcasmo, i suoi Péchés de vieillesse (Peccati di vecchiaia), brevi composizioni alle quali Rossini darà titoli ironici e dissacranti, quali Quatre hors-d’oeuvres, nei quali c’è un’intera collezione di brani per pianoforte chiamati Antipasti (ravanelli, acciughe, burro…) e quattro Desserts di frutta secca (fichi, uva, mandorle, noci).
Altro argomento è quello dei grandi cuochi dell’Ottocento, per non risalire a epoche più remote, che hanno dedicato le loro creazioni a compositori o cantanti. Nella sola cucina francese esistono quattro tipi di uova a tema: alla Daniel Auber, in camicia e poste su pomodori ripieni di pollo e tartufo tritati, poi coperti con salsa vellutata; alla Hector Berlioz, alla coque, accompagnate da croustades, patate duchesse, tartufo e funghi in salsa di Madeira; alla Georges Bizet, cotte in stampini foderati con lingua sott’aceto e servite su cuori di carciofo con salsa Périgueux e alla Giacomo Meyerbeer , in cocotte, guarnite con rognone d’agnello alla griglia. Il leggendario Auguste Escoffier s’innamorò a tal punto della Carmen di Bizet da volerle dedicare ben due ricette, le Costolette d’agnello e l’Insalata di pollo, ovviamente dette alla Carmen. A Bizet è anche dedicata la Torta che porta il suo nome, che unisce meringa e crema al burro. Di Georges Bizet da Le Docteur Miracle è doveroso citare Il brillante Quartetto de l’omelette. Tra le tante ricette dedicate a Giacomo Mayerber, il compositore per eccellenza del grand-opéra, è il Filet mignon à la Meyerbeer, ma in particolare queste ricette risulterebbero al palato odierno tra le più impegnative. In Francia nacquero, inoltre, i famosi Tournedos alla Rossini, detti la Suprema esagerazione per via del connubio fra filetto, burro, foie gras, pane, tartufo nero e salsa al Madeira, anche se non si sa con certezza il nome del primo chef a prepararli; forse il rinomato cuoco Marie-Antoine Carême o altrimenti l’altrettanto noto Casimir Moisson. Di sicuro la ricetta scaturì dalla fantasia inarrestabile del golosissimo genio pesarese. Gioachino Rossini, soprattutto nel suo secondo periodo parigino, si appassionò così tanto all’arte culinaria e alla mondanità da essere denominato il Principe della gastronomia. Elaborò anche diversi piatti, che andremo a indagare più avanti. A lui in epoca recente è stato anche dedicato il famosissimo Cocktail Rossini a base di fragole e prosecco, una variante del Bellini, che però non prende il nome da Vincenzo, il compositore catanese, come si potrebbe credere, bensì dal pittore Giovanni Bellini.
Altri compositori buongustai finirono per battezzare il loro piatto prediletto quali Niccolò Paganini per i ravioli al ragù; un prezioso manoscritto autografo conservato presso la Library of Congress di Washington ci racconta come il sommo Niccolò Paganini, oltre ai 24 Capricci per violino solo, compilò la sua personale ricetta del sugo di manzo per i Ravioli alla genovese. La descrizione che ne segue è gastronomicamente ineccepibile: «Per una libbra e mezza di farina due libbre di buon manzo magro per fare il suco. Nel tegame si mette del butirro, indi un poco di cipolla ben tritolata che soffrigga un poco. Si mette il manzo, e fare che prenda un po’ di colore. E per ottenere un suco consistente si prende poche prese di farina, ed adagio si semina in detto suco affinché prenda il colore. Poi si prende della conserva di pomodoro, si disfa nell’acqua, e di quest’acqua se ne versa entro alla farina che sta nel tegame e si mescola per scioglierla maggiormente, e per ultimo si pongono entro dei funghi secchi ben tritolati e pestati; ed ecco fatto il succo. Ora veniamo alla pasta per tirare le sfoglie senza ovi. Un poco di sale entro la pasta gioverà alla consistenza della medesima. Ora veniamo al pieno. Nello stesso tegame colla carne si fa in quel suco cuocere mezza libbra di vitella magra, poi si leva, si tritola e si pesta molto. Si prende un cervello di vitello, si cuoce nell’acqua, poi si cava la pelle che copre il cervello, si tritola e si pesta bene separatamente, si prende quattro soldi di salsiccia luganega, si cava la pelle, si tritola e si pesta separatamente. Si prende un pugno di borage chiamata in Nizza boraj, si fanno bollire, si premono molto, e si pestano come sopra. Si prendono tre ovi che bastano per una libbra e mezza di farina. Si sbattano, ed uniti e nuovamente pestati insieme tutti gli oggetti soprannominati, in detti ovi ponendovi un poco di formaggio parmigiano. (…)». Come si nota leggendo, tra gli ingredienti Paganini fu uno dei promotori e cultori dell’uso del pomodoro in cucina, in un’epoca in cui questo ortaggio iniziava ad imporsi quale alimento.
Nella letteratura epistolare di compositori e interpreti, spesso, più che parlare di musica ci si scambiano ricette o curiosità culinarie! E’ risaputo che nel mondo dell’opera i piaceri della tavola rappresentavano parte integrante della vita dei più importanti compositori. «Mangiare e amare, cantare e digerire: questi sono in verità i quattro atti di questa opera buffa che si chiama vita e che svanisce come la schiuma d’una bottiglia di champagne», questa frase suona lapidaria e la si potrebbe definire il “credo” di Gioachino Rossini. Durante tutta la sua vita, da Pesaro a Bologna, Firenze e infine Parigi, allora vera capitale della gastronomia, Gioachino Rossini non fu solo il musicista dalla sterminata bibliografia, bensì un uomo con tanti interessi culturali e politici. Si racconta che a sei anni facesse il chierichetto e che regolarmente fosse sgridato per aver bevuto dalle ampolle di vin santo nelle sacrestie delle chiese di Pesaro. Un altro episodio viene spesso citato: nel 1816, la prima rappresentazione de Il barbiere di Siviglia al Teatro Argentina di Roma fu un insuccesso. Comunicando l’accaduto al suo grande amore, la cantante Isabella Angela Colbran, Rossini tenne a precisare: «(…) ma ciò che mi interessa ben altrimenti che la musica, cara Angela, è la scoperta che ho fatto di una nuova insalata, della quale mi affretto ad inviarti la ricetta (…) prendete dell’olio di Provenza, mostarda inglese, aceto di Francia, un po’ di limone, pepe, sale, battete e mescolate il tutto; poi aggiungete qualche tartufo tagliato a fette sottili. I tartufi danno a questo condimento una sorta di aureola, fatta apposta per mandare in estasi un ghiottone. Il cardinale segretario di Stato, che ho conosciuto in questi ultimi giorni, mi ha impartito, per questa scoperta, la sua apostolica benedizione». Un’altra storia, forse leggenda, è quella di Rossini seduto in un ristorante di Venezia in attesa della cottura del suo risotto e qui compose l’aria di Tancredi con la cabaletta: Di tanti palpiti, che dopo la prima dell’opera il 6 febbraio 1813 al Gran Teatro la Fenice di Venezia divenne il brano più in voga in tutta Europa e fu soprannominata, date le particolari circostanze: ‘’l’aria del risotto di Rossini’’. Il palato del pesarese era non solo goloso, ma anche pronto agli abbinamenti più bizzarri, raffinato in fatto di vini ed insaziabile, i suoi piatti traboccano di tartufi, olive, fois gras, burro, carni, uova, stufati, zamponi e rognoni. Molte furono le ricette a lui dedicate, ma nei 39 anni di silenzio musicale riuscì a esprimere il suo talento e creatività con ricette proprie. Non aveva solo un grande appetito, ma era anche una fonte di sapienza in cucina; le sue ricette spaziano dai Tournedos, alla Torta Guglielmo Tell, un dolce servito in occasione della “prima” a Parigi nel 1829: naturalmente riferendosi al leggendario eroe svizzero, a base di mele, decorata con un pomo trafitto da una freccia di zucchero. Non è un caso che Rossini abbia confessato di aver pianto soltanto tre volte nel corso della sua vita, cioè dopo i fischi indirizzati alla sua prima opera, quando ascoltò il violino di Paganini e dopo la caduta di un tacchino farcito con i tartufi mentre era in barca per una gita. Il tacchino farcito doveva essere senza dubbio uno dei suoi piatti preferiti, a riguardo disse: «Per mangiare il tacchino bisogna assolutamente essere in due: io ed il tacchino». La pasta ripiena era un altro piatto a cui non poteva resistere, lui stesso ideò una ricetta: I maccheroni alla Rossini, per i quali utilizzava parmigiano reggiano, tartufi tritati, brodo, burro, spezie, prosciutto magro e panna. Sono molti i piatti ideati da Rossini o a lui dedicati che vale la pena ricordare; il più famoso sono i Tournedos, filetti di manzo con tartufo nero e fois gras. Non vanno dimenticati il Consommé di coda di bue al tartufo, gli Spaghetti alla Scala (sempre con una generosa spolverata di tartufo) e le Uova alla Rossini, ovvero dei tuorli d’uovo arricchiti con besciamella e fois gras, racchiusi all’interno di un guscio di pasta sfoglia. Apprezzava la cucina originaria delle sue native Marche, la cucina italiana, quella francese e quella internazionale. Da ciascuna traeva ciò che conveniva al suo gusto cosmopolita: si faceva portare dal suo amico Giovanni Vitali le olive da Ascoli Piceno, il panettone da Milano, vari tipi di stracchino dalla Lombardia, gli zamponi da Modena, la mortadella ed i tortellini da Bologna, il prosciutto da Siviglia, i formaggi piccanti o fermentati dall’Inghilterra, la crema di nocciole da Marsiglia ed infine le sardine royal, che gli ammiratori facevano a gara per mandargli. Pur apprezzando le finezze della cucina francese, non risparmiava lazzi all’indirizzo dei gusti del Paese che lo ospitava, come ben testimonia questa sua frase: «Gli amici gallici preferiscono la ricotta al formaggio, locchè equivale al preferire la romanza al pezzo concertato. Ah tempi! Ah miserie!». La sua vera passione erano i prodotti genuini e caserecci italiani, suoi compagni d’infanzia. Scrive al vecchio amico Marchese Antonio Busca: «(…) i due stracchini ricevuti … mi procurano la dolce reminiscenza della augusta madre sua che fu la prima a farmi gustare i nobili prodotti di Gorgonzola. Oh tempi felici! Oh gioventù!» La ricetta dei suoi maccheroni venne scritta sotto dettatura dello stesso Rossini il 26 dicembre 1866: «Per essere sicuri di poter fare dei buoni maccheroni, occorre innanzitutto avere dei tegami adeguati. I piatti di cui io mi servo vengono da Napoli e si vendono sotto il nome di terre del Vesuvio. La preparazione dei maccheroni si divide in quattro parti. La cottura è una delle operazioni più importanti e occorre riservarle la più grande cura. Si comincia col versare la pasta in un brodo in piena ebollizione precedentemente preparato; il brodo deve essere stato passato e filtrato; si fa allora cuocere la pasta su un fuoco basso dopo avervi aggiunto alcuni centilitri di panna e un pizzico di arancia amara. Quando i maccheroni hanno preso un colore trasparente per il grado di cottura, vengono tolti immediatamente dal fuoco e scolati sino a quando non contengano più acqua. Li si tiene da parte prima di essere sistemati a strati con parmigiano e tartufo». Negli anni venti dell’Ottocento a Parigi eccelleva il “divino” cuoco Marie-Antoine Carême che, dopo aver lavorato per i più importanti personaggi del suo tempo, gestiva le cucine dei Rothschild. Fu proprio in casa Rothschild che i due si conobbero e da quell’incontro nacque un’amicizia fatta di stima e d’affetto. Carême sosteneva che Rossini fosse il solo che lo aveva saputo comprendere; il Maestro rispose con una composizione musicale titolata: “Da Rossini a Caréme”. Caréme gli dedicò molti piatti, così come un altro celebre cuoco Auguste Escoffier autore del libro di ricette divenuto la bibbia della cucina moderna; nella sua Le Guide Culinaire ci sono talmente tante ricette dedicate a Rossini che si potrebbero compilare interi menu quali «leccorniose orchestrazioni» e non semplici liste di pietanze. Fu nel 1864 che il barone Rotschild mandò in dono al musicista alcuni grappoli provenienti dai suoi vigneti, che di tutta risposta in una missiva rispose come ringraziamento: «(…) la vostra uva è eccellente, ve ne ringrazio, ma il vino in pillole non mi piace affatto», sicché in cambio gli vennero recapitate alcune bottiglie del suo vino: il Chateau-Lafite. Questo aneddoto delinea in Rossini non solo la passione per la tavola, ma anche per il vino, di cui era esperto conoscitore e bevitore, tanto che discettava con produttori e cantinieri sui metodi di imbottigliamento e produzione, accrescendo così le sue conoscenze in campo enologico. Presso la Biblioteca Laurenziana Medicea di Firenze è custodito un menu, redatto dallo stesso compositore, particolarmente interessante per l’attento abbinamento dei vini ai piatti: il Madera ai salumi, il Bordeaux al fritto, il Reno al pasticcio freddo, lo Champagne all’arrosto, l’Alicante e la Lacrima a frutta e formaggio. La sua cantina conteneva di tutto, dal suo vino personale imbottigliato nelle isole Canarie alle bottiglie di Bordeaux, dal vino bianco di Johannesburg che Metternich gli inviò da Malaga, a bottiglie di raro Madeira, da bottiglie di Marsala al Porto della Riserva Reale che il Re del Portogallo, suo fanatico ammiratore, gli aveva donato.
I piaceri della tavola sono da sempre parte integrante della vita dei più importanti compositori d’opera. Si racconta di un Rossini apprensivo che durante la visita di Richard Wagner nella sua villa di Passy alle porte di Parigi si alzò più volte durante la conversazione per poi tornare a sedersi dopo pochi minuti, giusto per innaffiare la lombata di capriolo. Rossini curava personalmente i suoi piatti, a volte abbandonando per qualche minuto i suoi ospiti, come accadde per Wagner su cui, a Parigi, girava una voce inquietante, ovvero si sospettava che fosse vegetariano. Peccato mortale!
Per Vincenzo Bellini ci viene subito in mente la Pasta alla Norma. Un piatto che, stando alla tradizione, adottò il nome del capolavoro di Bellini per ripagarlo del fiasco della prima scaligera del 1831. La prima della Norma fu accolta con freddezza alla Scala e Bellini dichiarò: «Fiasco, fiasco, solenne fiasco»e pare che abbia inoltre commentato:«I milanesi non hanno ancora digerito il risotto di ieri». In realtà la nascita della pasta alla Norma è molto più recente ed ha una data ben precisa, quella dell’ autunno del 1920. Occorre, però, far una breve premessa: “Pari ‘na Norma” ovvero “sembra una Norma”, era il paragone corrente, il massimo complimento per i catanesi, Catania città natale di Vincenzo Bellini, per magnificare oltre ogni dire tutto ciò che amavano, ammiravano e gustavano. Dunque il luogo è Catania, precisamente la via Etnea e fu lo scrittore e poeta Nino Martoglio che di fronte ad un piatto di pasta con pomodoro, basilico, melanzane fritte e ricotta salata battezzò “alla Norma”, ovvero sublime, questa ricetta. A Bellini piaceva frequentare i salotti del bel mondo, a Napoli e soprattutto a Milano, di palato raffinato, ma delicato. A lui, soprannominato il Cigno di Catania, sono stati dedicati recentemente nella città natale I cigni, praline di purissimo cioccolato di Modica che si ispirano alle dieci opere del celebre compositore.
Nel Gianni da Parigi di Donizetti vi è una gustosa pagina musicale che è paragonabile ad un menu, la scena così detta dei perniciotti: “Eccellenza… se vedesse… perde un pranzo da sovrano / È squisito… sorprendente. Che portate! Che apparecchi! Quanti vini, e tutti vecchi! / Passerotti, starne, tordi, perniciotti… / Un storione. / Pasticcini, pasticcetti, salse, intingoli, guazzetti, e per colmo in un gran piatto un superbo vol au vent. / Poi faggiani… / Squisitissime omelettes, ma soufflées. / In qual bivio, (oh Dio! Mi-mal lo mette) Il decoro e l’omelette! Qual contrasto nel mio/suo core / fra l’onore e il vol au vent! / (…) E quel fagiano!… (…) il mio-suo cervello girar farà. / (…) Dunque io vado. / L’ova e il pane a preparar”. …Cosa dire, poi, di Johann Strauss che compose una cotolekt-polka per esaltare la famosa cotoletta impanata, sulla cui paternità ancora oggi si contendono milanesi e viennesi!
Giuseppe Verdi fu uomo di mondo, ma egli stesso amava definirsi pur sempre un contadino della Bassa. E’ la festa di san Donnino, il 10 ottobre del 1813, per le vie di Le Roncole, piccola frazione di Busseto in provincia di Parma, si aggira un gruppo di suonatori girovaghi. In una modesta casa colonica adibita a posteria, Carlo Verdi gestisce un’osteria in cui si preparano pasti per i viandanti e i passeggeri delle diligenze. Alle otto di sera nasce suo figlio Giuseppe. Giuseppe Verdi rimase sempre legato alla sua origine e amò i frutti della sua terra tanto da portarli con sé nei suoi viaggi o farseli spedire a destinazione. Grande è l’attenzione che il compositore dimostra nei confronti della terra e dei suoi prodotti. Come si può pensare a Sir John Falstaff senza l’Osteria della Giarrettiera? A Verdi furono dedicate da cuochi famosi molte ricette, una delle più conosciute è il Risotto Giuseppe Verdi, ideato e dedicato al Maestro dallo chef francese Henri-Paul Pellaprat. Pellaprat scrisse diversi manuali di gastronomia francese tra cui L’arte della cucina moderna e diresse la scuola di alta specializzazione Le Cordon Bleu fondata a Parigi nel 1895. Nella ricetta dedicata al bussetano: riso carnaroli, burro, funghi coltivati, punte di asparagi, prosciutto crudo, pomodori pelati, panna da cucina, brodo di carne, cipolla e non poteva mancare il Parmigiano Reggiano. In realtà, la preparazione di questo risotto non è del tutto frutto dell’ingegno di Pellaprat, bensì della moglie di Verdi, Giuseppina Strepponi, che in una lettera svela a Camille Du Locle, direttore de l’Opéra-Comique di Parigi, la ricetta del «maître pour le risotto», un piatto che a Giuseppe riesce particolarmente bene e che è per molti versi simile, se non uguale, a quella firmata dallo “chef” parigino. Vi era, però, una ricetta che Giuseppe Verdi gradiva particolarmente, quella de La spalla cotta. La spalla cotta è un prodotto tipico della Bassa (pianura Padana) e spesso Verdi la inviava agli amici, accompagnandola con affettuose istruzioni per l’uso: «Prima di cuocere la spalla – secondo le indicazioni del Maestro, occorre – (…) levarla di sale (…) lasciandola per due ore in acqua tiepida. Si pone quindi la spalla in una pentola che la contenga e si riempie di acqua; si lascia cuocere a fuoco dolce per almeno sei ore. Si lascerà raffreddare nel brodo di cottura, quindi si asciugherà e sarà pronta da gustare». Un ritratto sulle abitudini gastronomie di Giuseppe Verdi è tratteggiato dal poeta e musicista Arrigo Boito: «Il Maestro ama i pranzi prolissi e le opere concise. Cucina poderosa dei vecchi tempi. Gli piace anche la moderna quando è all’Hotel ed è finissimo assaporitore. Ma a casa sua… vuole le grandi fette di bue condite con la mostarda di Cremona, i funghi in aceto, la salsa verde. Quasi tutta la sua vita mangia, a desinare, un mezzo ovo sodo dopo l’arrosto. Il suo desinare in casa è composto di antipasti, d’una minestra, per solito sostanziosa (risotto, pasta asciutta, ravioli in brodo), d’un piatto di carne lessa, d’una frittura abbondante, d’un arrosto, d’un dolce formaggio, desert varii. Un’ora dopo il desinar fabbrica lui stesso il caffè».
Spaziando nel mondo dei compositori potremo fare molti altri esempi; viene narrato a tale proposito un episodio ambientato durante una cena avvenuta a Milano tra Pietro Mascagni e l’amico Giacomo Puccini, mentre i due ricordavano gli anni di studi e sacrifici condivisi nella stessa stanzetta a Milano, fra loro sarebbe esplosa una goliardica discussione sul se era più succulento un piatto di cacciucco livornese o una folaga rosolata lucchese. Per Mascagni non vi erano dubbi, migliore è il caciucco poi denominato alla Mascagni, che il compositore amava aromatizzare con salvia e zenzero. Nel 1901 il rinomato pasticciere Antonio Lo Verso, in occasione del debutto a Palermo di Iris di Mascagni, creò un dolce fritto da servire per la prima colazione, ripieno di crema alla ricotta. Nel 1930 Pietro Mascagni compose La danza dei gianduiotti per il Teatro Regio di Torino, in onore dei principi Umberto di Savoia e Maria José.
Il tema dell’amicizia che torna a tavola è quanto mai presente con Puccini. Egli coltivò sempre il piacere nell’arte del cucinare, ad esempio assieme all’amico Mascagni durante gli studi milanesi preparando piatti poveri, ma gustosi. Negli anni giovanili Puccini si dimostrò, quando poté, molto attento ai piaceri della tavola, concludendo le giornate lavorative di fronte a una sostanziosa cena. Se i soldi mancavano, da buona forchetta, si divertiva a creare personalmente ricette come la Pasta con le anguille o le Aringhe coi ravanelli. Così scriveva negli anni di studio, caratterizzati da ristrettezze economiche: «(…) La sera, quando ho quattrini vado al caffé, ma passano moltissime sere che non ci vado, perchè un ponce costa 40 centesimi… Mangio maletto, ma mi riempio di minestroni…e la pancia è soddisfatta». Si narra che Puccini andasse a far visita a sua sorella Iginia, monaca col nome di suor Giulia Enrichetta al Monastero della Visitazione della nativa Lucca, spinto dalla passione per i fagioli cotti al fiasco, che mangiava al refettorio. Automobili, donne e cucina erano le sue grandi passioni. A Torre del Lago Puccini, accanito cacciatore, si riuniva sulle rive del lago di Massaciucoli con un gruppo di artisti e scrittori presso una bettola chiamata La capanna di Giovanni dalle bande nere, da subito ribattezzata Club La bohème. Qui con gli amici passava molto tempo, festeggiando allegramente, bevendo vino e giocando a carte. Questi buontemponi redigettero anche una specie di scherzoso statuto:
“Art 1 I soci del Club “La Bohème”, fedeli interpreti dello spirito onde il club è stato fondato, giurano di bere e mangiar meglio.
Art. 2 Ammusoniti, pedanti, stomachi deboli, poveri di spirito, schizzinosi e altri disgraziati del genere non sono ammessi o vengono cacciati a furore di soci.
Art. 3 Il presidente funge da conciliatore, ma s’incarica d’ostacolare il cassiere nella riscossione delle quote sociali.
Art. 4 Il cassiere ha la facoltà di fuggire con la cassa.
Art. 5 L’illuminazione del locale è fatta con lampada a petrolio. Mancando il combustibile, servono i “moccoli” dei soci.
Art. 6 Sono severamente proibiti tutti i giochi leciti.
Art. 7 È vietato il silenzio.
Art. 8 La saggezza non è ammessa neppure in via eccezionale”.
Ancora, la lista dei piatti legati alla musica operistica prosegue con tutta una serie di ricette dedicate ai grandi cantanti: La poularde Adelina Patti, Il chicken Tetrazzini e Le pesche Melba; più recente, golosissimo, è il dolce in omaggio a Renée Fleming rinominato La Diva Renée, un’esplosione di cioccolato. Non manca Maria Callas, con la torta che porta il suo nome e vi è anche la ricetta di uno dei suoi piatti preferiti, i Bigoli con ragù d’anatra alla veneta, nella ricetta di Pia Meneghini, sorella di colui che fu marito e mentore del celebre soprano, Giovanni Battista Meneghini.
Diversa è la storia che lega il tenore Enrico Caruso alla sua Napoli. Secondo il racconto, nel 1901 Caruso dopo una lunga serie di trionfi italiani e internazionali tornò a Napoli per interpretare Nemorino ne L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti al Teatro San Carlo, ma proprio nella sua città venne accolto con freddezza. La sua delusione fu tale che egli promise a se stesso di non cantare più a Napoli e di tornarvi solo per mangiare i suoi adorati spaghetti, mai più quale protagonista canoro e questo solenne giuramento, passato alla storia come “Il giuramento dei vermicelli”, avvenne proprio avanti al suo piatto preferito, ovvero gli spaghetti con un semplice condimento a base di aglio schiacciato, olio, peperoncino e prezzemolo tritato. Vi è un piatto che porta il nome del celebre tenore, i Bucatini alla Caruso e si vuole che sia un omaggio dell’artista alla sua amata Napoli. Una ricetta semplice e buonissima che arriva da Napoli e fa sentire ancora nell’aria il profumo della bella stagione. Per preparare i Bucatini alla Caruso, infatti, bisogna approfittare delle ultime settimane d’estate, quando al mercato si trovano ancora carnosi peperoni e zucchine piccole e tenere, protagonisti di questo piatto che secondo la tradizione fu ideato proprio dal grande tenore partenopeo. I Bucatini alla Caruso e si raccomanda nella ricetta «(…) non gli spaghetti, che non darebbero il giusto spessore alla pietanza», sono una specialità che racchiude i sapori e i colori della terra campana: pomodori San Marzano, freschi o pelati, una pregiata varietà coltivata dalla fine del Settecento nell’Agro sarnese-nocerino, peperoni gialli e rossi, il basilico e il peperoncino piccante, per un tocco di “carattere” in più. Caruso suggerì questa ricetta agli chef dei due hotel in cui soggiornava abitualmente, il Vittoria di Sorrento e il Vesuvio di Napoli. A Caruso venne dedicato anche un famosissimo cocktail dal tipico color verde smeraldo, a base di vermouth secco, gin e crema di menta.
Siamo arrivati al dolce con protagonista Wolfgang Amadeus Mozart. Che Mozart amasse la buona cucina lo si apprende dal suo epistolario, nelle sue lettere, infatti, il compositore austriaco descrive più volte il suo amore per il cibo e in particolare per quello italiano e le cronache ci tramandano di quanto Wolfgang Amadeus Mozart fosse ghiotto di dolci e in particolare di cioccolato. A Vienna il suo nome è indissolubilmente legato nella gastronomia dolciaria, al souvenir gastro-musicale per eccellenza, le Mozartkugeln, in origine chiamate Mozart-Bonbon, create a Salisburgo nel 1890 dal pasticciere austriaco Paul Fürst in onore del compositore a circa un secolo dalla scomparsa. In Austria si possono anche acquistare i Marrons glacés di Mozart e questo particolare riaccende un’antica, forse presunta, rivalità, perché a prediligere i marrons glacés non era tanto Mozart, quanto Antonio Salieri, il compositore di Legnago che ne era un grande appassionato. Veniamo ora alla predilezione di Mozart per quella bevanda che ci giungeva dalla terre di conquista spagnola, dalle Indie occidentali, poi Americhe: il chocolate. In passato il legame tra musica e cacao era esaltato dal fatto che i concerti, eseguiti nelle stanze dei palazzi nobiliari, venivano ascoltati sorbendo chicchere di cioccolata. Con il melodramma e le opere liriche, che descrivevano i costumi della società, il chocolate calcò il palcoscenico, come nel già citato dramma giocoso Così fan tutte, in cui la servetta Despina si lamenta del fatto che è costretta a servire la stuzzicante bevanda, senza mai gustarla: “È mezz’ora che sbatto; / Il cioccolatte è fatto, ed a me tocca / Restar ad odorarlo a secca bocca?”. È sempre Mozart, nel Don Giovanni, a mettere in scena il noto seduttore mentre ordina al fido servo Leporello di accompagnare i suoi ospiti e di ordinare: “ch’abbiano cioccolata, caffè, vini, prosciutti”.
Anche Georg Friedrich Händel ebbe la propria torta, sia pur sotto forma di preparato. Richard Strauss scrisse nel 1922 il balletto Schlagobers, i cui giovani protagonisti entrano in pasticceria per ordinare cioccolata e panna montata. Nel cammino nell’arte dolciaria dobbiamo ancora una volta riferirci all’acclamato chef francese Georges-Auguste Escoffier al quale si deve, oltretutto, l’invenzione di due famosi dessert: le Poires Belle Hélène (pere cotte nello sciroppo di zucchero e servite con gelato alla vaniglia e cioccolato fuso, in omaggio all’operetta di Jacques Offenbach La béllè Helene, 1864) e la Pesca Melba, in onore della cantante australiana Nellie Melba (Helen Porter Mitchell), alla quale, nel 1892, Escoffier servì un cigno di ghiaccio contenente gelato alla vaniglia, pesche, salsa di lamponi e un fiocco di zucchero filato per coronarne il trionfo al Covent Garden. Secondo la tradizione Escoffier aveva particolarmente apprezzato Nellie in una sua interpretazione del Lohengrin di Wagner e per omaggiarla, le fece trovare il giorno dopo a cena il dolce inventato in suo onore. Leggiamo da Ricordi inediti dello stesso Georges-Auguste Escoffier: «Ripensando al maestoso cigno mitico che apparve nel primo atto del Lohengrin, le feci servire, al momento opportuno, delle pesche disposte su di un letto di gelato alla vaniglia, all’interno di una coppa d’argento incastrata tra le ali di un superbo cigno scolpito in un blocco di ghiaccio e ricoperto da un velo di zucchero filato. L’effetto prodotto fu sorprendente e la signora Melba si mostrò estremamente colpita dalla mia attenzione. La grande artista, che di recente mi è capitato di rivedere all’Hôtel Ritz di Parigi, mi ha ricordato la serata delle famose pesche al cigno». Successo e risonanza furono grandissimi e il dolce divenne ben presto molto popolare e imitato, anche liberamente. Originariamente chiamato Pesche al cigno, secondo alcune fonti solo all’inaugurazione successiva dell’ Hotel Carlton fu ribattezzato Pêche Melba.
Il più celebre di tutti i dolci è il Gâteau Opéra definito: “il più amato omaggio al mondo del melodramma”, che è un dessert che non poteva mancare dopo ogni grande serata operistica. La ricetta originaria è andata perduta e la prima variante di questa torta (a base di Joconde, crema al burro al caffè e ganache al cioccolato) risale al 1890, quando lo chef Louis Clichy decise di preparare il dolce ideale per accompagnare il caffè che gli spettatori dell’Opéra Garnier prendevano sempre fra un atto e l’altro. La Torta Clichy divenne ufficialmente Opéra a metà del Novecento e, anche se la paternità della sua forma attuale (che prevede gli strati ben esposti, a simbolo dei vari atti dell’opera) se la contendono Cyriaque Gavillon e Gaston Lenôtre, chiunque ne sia l’ autore, non ci sono dubbi sul fatto che questo dolce sia davvero come una rappresentazione d’opera, ovvero: del tutto speciale. Chiudiamo l’offerta del nostro carrello con la Torta Donizetti. Secondo la leggenda, fu Gioachino Rossini a chiedere al suo cuoco un dolce per alleviare il mal d’amore dell’amico Gaetano Donizetti, suggerendo al cuoco di preparare una torta semplice, ma molto dolce con canditi e zucchero a velo, per dispensarlo almeno per un momento dai tormenti del cuore ed ecco la Torta del Dunizet, una delicata ciambella margherita con albicocca e ananas. In realtà, questo dolce venne ideato solo nel 1948 da Alessandro Balzer, per celebrare il centenario della morte del compositore bergamasco.
Siamo al caffè e Johann Sebastian Bach si divertì a glorificare la sua bevanda favorita nella graziosissima e deliziosa Kaffeekantate (La Cantata del caffè) scritta tra il 1732 e il 1734, per essere eseguita allo Zimmermannsche Kaffeehaus di Lipsia. Accanito fumatore e bevitore di caffè Bach compone con questo ironico e raffinato pezzo una lode al caffè come simpatico alleggerimento delle tribolazione quotidiane e ci dimostra che i grandi uomini, se veramente grandi, sono in grado di apprezzare le gioie quotidiane, di sorridere e di ironizzare su se stessi. Caffè, cacao amaro, zucchero e panna montata sono gli ingredienti della Barbajada, che prende il nome da Domenico Barbaja. Garzone e cameriere, grazie alle sue geniali invenzioni e abilità imprenditoriale si eleverà a titolare del rinomato Caffè dei Virtuosi, locale di moda aperto a pochi metri dalla Scala. Grazie al suo acume diventerà, in seguito, uno degli impresari più influenti d’Europa, da cui dipesero le sorti dei più celebri compositori dell’epoca, per citarne alcuni: Rossini, Donizetti e Bellini. Fu a capo di numerose imprese, tra cui quella della Scala e del San Carlo, tanto da essere soprannominato il principe degli impresari e il viceré di Napoli.
“Il sodalizio tra musica e poesia è da sempre un’alchimia di eterogenea soluzione.
Quello che potrebbe apparire quale l’impossibile accordo, ne risulta al contrario quale un’ armonizzazione di pensiero che, soprattutto in determinati periodi, ha vivacizzato il mondo del teatro in musica.
Alla straripante intemperanza romantica si contrapporrà nella seconda metà dell’Ottocento uno stile definito borghese che a cavallo tra i due secoli sembra oramai inesorabilmente esaurito ed è lo stesso linguaggio musicale ad apparire sempre più quale retaggio del passato. Il problema non è solo artistico, dopo Wagner il teatro tedesco sembra aver compiuto il proprio slancio armonico, altresì sociale in un rapporto sempre più complesso con il pubblico in una discrasia di valori morali. Anche economico riflettendo la situazione delle diverse nazioni. Il linguaggio musicale del Novecento è all’affannosa ricerca di una formula che trovi una diversa soluzione all’enigma di sempre, di un’evoluzione in cui è sottinteso il cambiamento, ma le prospettive nel Novecento storico sono molto incerte. Altri venti scuotono le coscienze, quelli di una crisi dei popoli che porterà a rovinose conseguenze alle quali l’arte non potrà essere indiferente.
Un punto di sicuro riferimento in questa crisi di valori espressivi la si può individuare nell’area di lingua tedesca dal connubio che unì il compositore Richard Strauss al poeta e drammaturgo Hugo von Hofmannsthal e basterà citare: Der Rosenkavalier (Il cavaliere della rosa) con prima rappresentazione nel 1911, Ariadne auf Naxos (Arianna a Nasso) nel 1912 e nel dopoguerra: Die Frau ohne Schatten (La donna senz’ombra) del 1919.
Hofmannsthal è definito nei carteggi con Richard Strauss quale “il mio Da Ponte”, ne deriva spontaneo un ulteriore sodalizio sia pure di breve periodo, quello tra Ciajkovskij e Puškin.
La collaborazione tra Strauss e Hofmannsthal si era rafforzata negli anni, ma con ampi periodi di distacco, così come alla vigilia di un innovativo progetto, nel clima successivo alla Grande guerra che tanto aveva scosso le coscienze e questo per i due artisti era il momento di tornare al mito, alla tradizione classica legata alle Metamorfosi con la nuova opera: Die ägyptische Helena ovvero: Elena egizia, o meglio: Elena in Egitto.
L’accordo per la nuova opera fu tutt’altro che immediato, perché Strauss voleva imporre le proprie idee, così come riportato in un ricco epistolario risalente al 1923. Il compositore avrebbe voluto che in questo nuovo progetto risaltassero situazioni che potessero essere ricondotte allo stile dilagante dell’operetta e guardava a Offenbach che si era brillantemente cimentato nell’argomento con La belle Hélène, di graffiante ironia tutta francese, tipica de l’Opéra bouffe.
Il carteggio tra Strauss e Hofmannsthal è tra i più nutriti, il poeta e drammaturgo era un infaticabile scrittore di lettere, e vi leggiamo in data 1° aprile del 1923: “Escogitare per l’operina leggera un breve terzo atto fine e brillante, non mi spaventa affatto (…) nel mio lavoro il difficile mi sembra solo l’invenzione dello stile (…) ma in ciò mi fanno da guida il Rosenkavalier da una parte e dall’altra l’Ariadne e il Bürger als Edelmann (Il borghese gentiluomo, ndr) e poi sono tutte cose da trattare con buon umore e con una certa spregiudicatezza”.
Hofmannsthal traccia l’idea di un argomento che verrà definito: “tardo-antico, con trama graziosa e anche un po’ spinta, con molto parlato, allegra e graziosa”.
Nello scambio di considerazioni tra i due artiti, però, la contradizione è palese. Scrive Hofmannsthal a Strauss: “ (…) Ciò che Ella mi ha detto di recente sull’abisso insuperabile che c’è tra la Sua musica, anche quando Ella scrive musica semplicissima, e l’operetta corrente (…) non c’era nemmeno bisogno di dirlo (…) si ha già torto a parlare insieme dell’una e dell’altra”.
Le premesse com’è evidente sono molteplici e il percorso perseguito dagli autori, nella musica e nel libretto, ben differenti.
Pur partendo da diverse posizioni, in coerenza l’uno e l’altro nelle proprie convinzioni poetiche/musicali, si ritroveranno insieme a svolgere un lavoro del tutto originale, appasionandosi via via a situazioni che di leggero hanno a malapena l’apparenza e che riflettono, al contrario, condizioni universali di contrasto, sofferenza e tragica passione, sia pure dall’esito felice.
La volontà era quella di superare il clima opprimente del dopo-guerra con una spensieretezza che nella musica di Strauss è occasione di abbandono, ma pur sempre di realistica consapovelezza.
È nel mese di aprile del 1923 che i due artisti definirono il soggetto dell’opera ed è Hofmannsthal a scriverne in una lettera del 14 settembre 1923: “Già da tempo pensavo di donarLe la gioia della Helena nell’anno in cui Ella fa sessant’anni e io cinquanta. Ma è incerto, si sa, tutto ciò che dipende dall’ispirazione”.
E l’ispirazione per Hofmannstahl sarà quella di rivolgersi a questo nuovo lavoro con intenzioni delicatamente ironiche, comunque disincantate, anche se nello svolgersi dell’ideazione libretto ne dividerà con il compositore un coinvolgimento appassionato, più orientato, però, ad una forma che si potrebbe definire tragica.
Il ritorno al mondo della mitologia greca, affine al poeta, lo entusiamò a tal punto da fargli ritenere l’Elena egizia il suo miglior lavoro perché questo ideale costituisce, secondo la concezione di Hofmannsthal, il miglior mezzo espressivo per interrogare il presente: “Perché il presente è per forza mitico (…) non ho altre espressioni per qualificare una esistenza che si compie di fronte ad orizzonti cosi immensi, il fatto che siamo bagnati dai secoli, che l’Oriente e l’Occidente entrano a fiumi nel nostro Ego, per qualificare questa immensità interiore, questa folle tensione, questo ‘qui’ e questo ‘altrove’ che marcano la nostra vita”.
Hofmannsthal è di orgine ebrea e inconsolabilmente nostalgico dell’Impero Austro-Ungarico svanito con l’esito della Grande guerra e da convinto umanista il ritorno all’antico era per lui terreno ideale per sentirsi libero di esprimere le proprie idee. Ed ecco nascere una riflessione sulla tumultuosa complementarietà tra Occidente e Oriente e questa lettura, dopo il crollo del 1918, era per lui la sola rifondazione possibile nell’incontro dell’irrazionale riportato al mondo orientale perché legato ai valori istintivi della natura, terra ed acqua dove si affondano le radici e simbolizate dall’Egitto luogo dello svolgimento del dramma dove Elena simboleggia le forze inesauribili dell’Est, e l’Occidente di Menelao il greco, logico, solare, con i suoi valori irrinuncibili quali la fedeltà, il matrimonio, la paternità; eroe che pur tormentato dall’inganno saprà trovare nella ragione la giusta soluzione.
Questa nella complessa simbologia è in sintesi l’interpretazione dell’opera che indica rivolgendosi alla mitologia, il rimedio per un declino dell’Occidente diversamente inarrestabile.
Per Richard Strauss, inoltre, che amava citare Goethe e la nobiltà della ritrovata classicità Greca della sua Ifigenia: il rinnovarsi nell’antico rappresentava una fonte non corrotta dai tempi a cui ispirarsi, divergendo da quel conservatorismo reazionario di mistificatori di una modernità divergente. In questo quadro L’Elena egizia segna una ripresa di contato con quel mondo fantasioso a lui così affine di Arianna a Nasso e de La donna senz’ombra. Tutto questo è restituito non solo nell’azione, bensì è espresso in un cammino interiore segnato da una sonorità orchestrale colma di sensuale espressività, distinta dalla fluidità del canto e dalla trasparenza dell’orchestrazione. Strauss con efficacia delinea sin dall’inizio l’aspetto eroico dell’intrecciarsi di sentimenti contrari e convergenti dei protagonisti, umani e drammatici, con passaggi orchestrali che ne vorrebbero attenuare l’impetosità, con scatti improvvisi di aggressività musicale che ne sottolineano la raffinata scrittura sinfonica, pur senza dimenticare in uno stile a lui congeniale inclusioni leggere, dai tratti comici, grotteschi o caricaturali.
L’amplificazione della forma figurativa trova un più significativo slancio compositivo e rinnovata espressività nell’ampio respiro melodico. Il canto si presenta in forme variate, ora disteso o frammentato, meditativo e concitato, riflettendo l’interiorità di un discorso compositivo d’introspezione figurativa ed espressiva. Una partitura di piena invenzione e raffinata scrittura sinfonica aperta a nuovi orizzonti dagli sviluppi imprevedibili; dal canto singolo, melodioso, ora rapito nell’estasi, ai duetti concitati, interventi briosi al limite della leggerezza in vivace complementarietà con una discrasia musicale che ne riflette la complessità.
Se per la poetica di Strauss e Hofmannsthal valesse la formula di rinnovato “classicismo” musicale de Die ägyptische Helena, questo ci permetterebbe di penetrare nel mondo di due sognatori, compositore e poeta, costretti da un’epoca travagliata al richiamo di quel teatro barocco composto da divinità, eroi, scene di magia, filtri incantati, il succo di loto, conchiglie che parlano (una giocosa parodia dell’Erda wagneriana), Elfi, coboldi, guerrieri, fanciulli e perfino uno stormo di “asessuati” e senza farsi mancare per la gloria del finale il corrispettivo del deus ex machina impersonato dalla ninfa Aithra (Etra) che ha il ruolo di protettrice dell’amore, ma che troviamo anch’esa affranta per il sentimento non corrisposto da Poseidone. Essenziale è per gli autori che in questo lavoro l’impianto proprio dell’opera mitologica torni ad essere protagonista, ma con diverse implicazioni psicologiche di una più intima vicenda di umane debolezze.
Fu così che lo stesso Strauss che inizialmente aveva espresso l’intenzione di seguire una traccia nello stile di Offenbach, terminò nel definirsi: un “Wagner greco”.
Richard Straus lavorò alla partitura per ben quattro anni tra il 1924 e il ’27 e l’opera venne rapresentata per la prima volta alla Semperoper di Dresda il 6 giugno 1928 con grande succeso.
L’Elena Egizia si presenta nel segno di Menelao e sin dalle prime battute in orchestra le sue angosce ne caratterizzano il ritmo incalzante. Il tema portante è quello del dubbio e dell’inganno per la colpevole infedeltà di Elena, di colei che adultera si era abbandonata nelle braccia di Paride, principe di Troia, scatenando l’ira degli Achei e la distruzione della città.
Le leggende legate ad Elena e alla sua sorte, però, sono molteplici. In epoche successive al più celebrato poema omerico (qui il riferimento è al libro IV dell’Odissea), si vogliono tramandare diversi racconti sul mito della donna più bella che con il suo fascino provocò morte e distruzione, tra cui la tragedia-commedia Elena di Euripide che ne riscrive il personaggio come modello di sposa casta e fedele.
In Die ägyptische Helena, tra le diverse versioni, la situazione s’intreccia, così come complesse ne risultano le simbologie, sottintesi e significati della trasposizione in musica. Nella commedia Elena è sposa di Menelao, in altre versioni è solo fidanzata per non offendere la sacralità del matrimonio e non sarebbe stata condotta a Troia nel peccaminoso amore per Paride, bensì Giove che ne è genitore dall’unione con la dea Nemesi, ne avrebbe originato un’immagine ingannevole, un fantasma d’aria che ne ritraesse le sembianze e che inviò a Troia, ma che della vera Elena sarebbe risultata esserne l’opposto, ovvero rappresentante del male contrapposto al bene. La vera Elena con tutti i suoi tesori si sarebbe trovata in Egitto sequestrata nella casa del re Proteo, aspettando fedelmente per dieci anni il ritorno dello sposo Menelao dalla guerra contro Paride e i troiani.
Euripide plasma questa idea del fantasma per mettere in risalto l’inutilità della guerra, che si sarebbe svolta invano perché frutto di un equivoco, non a causa di Elena e del suo adulterio, bensì di una sua immagine d’aria mistificante: riabilita la dignità della vera Elena ed è più interessato al suo rapporto con Menealo.
Hofmannsthal vorrà riapropriarsi del dramma rifiutando la soluzione del fantasma, caratterizando lo svolgimento del dramma nella verità dell’infedeltà di una Elena tormentata dalla vergogna e dal rimorso. Ella ha tradito il suo sposo per l’amore di Paride, infrangendo i più sacri principi di fedeltà coniugale. Menelao è determinato nella punizione, ma nel gioco dell’equivoco tra filtri magici ed altri incantamenti, è la compassione di Menelao a risultare conclusiva. Dopo aver superato il peccato nell’espiazione morale della colpa Elena è perdonata, nell’espressione del reciproco profondo sentimento che lega i due protagonisti, principio che è alla base dello svolgersi della vicenda. La metamorfosi è propria di questo processo interiore di maturazione dei personaggi e la risoluzione nella coscienza della consapevolezza l’uno dell’altra.
L’Egitto non è solo la cornice per una ambientazione esotica, che nel descrittivismo compositivo ben si conviene al costruito orchestrale, ma è soprattutto il modo per infliggere all’apice dell’azione quei valori costitutivi che ne determinano il dramma musicale, dove il vero e il falso incalzano l’un l’altro sino a celarsi in un unico inestricabile elemento d’impossible soluzione e dove dubbio, diffidenza e mistificazione s’impossessano dell’umano senza restituire un’apparente soluzione, il tutto nell’atmosfera inesplicabile di una terra irreale e segreta dalla potente forza evocativa in cui l’impossibile avrà risvolti inaspettati e felici. La leggenda di un’Elena sdoppiata, virtuosa in Egitto e la sua ombra a Troia, viene utilizzata da Hofmannsthal unicamente quale spunto delirante, causa dei tanti filtri di un mondo fantastico. I due protagonisti, Menelao ed Elena, si svelano alla fine di un percorso interiore le cui implicazioni sono spirituali. Il concetto della metamorfosi rappresenta ancora una volta la spinta sostanziale del dramma in musica.
La costituzione teatrale è pericolosamente innovativa. La grandiosità si manifesta sin dalle prime battute nello splendore risonante dell’orchestra che intreccia molteplici temi rendendo da subito quel clima di mistero, d’imponenza e complessità in cui si agrovvigliano emozioni discordanti; tra tutti il tema che accompagnerà le scene di Elena sia essa colpevole che redenta, amata e odiata e al fine ritrovata nel vicendevole amore. In sintesi, su di un tema orientaleggiante dell’oboe la vicenda prende avvio sulle rive un isolotto attiguo all’Egitto e qui troviamo la ninfa Aithra (Etra) che attende invano Poseidone per riconquistarne l’amore. Interviene la Conchiglia onniscente che vede su di una nave Menealo di ritorno dalla guerra di Troia nell’atto di punire l’infedele moglie Elena con la morte.
Aithra scatena una bufera che porta alla deriva i due protagonisti che si ritroverrano naufraghi ad essere ospitati nella reggia della ninfa; tempesta segnata in orchestra dal coinvolgente fragore dei flutti marini interiorizzato dal turbamento di Menelao e dal canto della ninfa, nell’allontanarsi della tempesta marcato dall’intervento dei timpani. Nella reggia incantata Menealo s’interroga sul suo amore per Elena, pur non rinunciando alla vendetta. Menealao si sente confuso dall’alternarsi del sentimento e ancor più frastornato dal fantasmagorico intervento di folletti ed Elfi, mentre la ninfa Aithra restata sola con Elena decide di ridonarle l’originaria bellezza. Qui ha inizio il gioco dei filtri magici, della dimenticanza e del ricordo, assaporati da Elena e da Menelao, con effetti che si affestallano confondendo le menti dei protagonisti.
Nel sogno di Menelao ecco restituita la dualità di Elena, perché l’eroe greco è stordito nell’onirico dall’apparizione della moglie confusa tra realtà e copia di se stessa. Angosce, speranze, inganno e ricerca di sé, sono rimarcati puntualmente in partitura con intensa scrittura orchestrale. Nel secondo atto siamo sotto una tenda dove la ninfa va rivivere agli sposi il sogno di una seconda luna di miele. Interveniene il sanguinario sceicco Altair principe delle montagne con suo figlio il giovinetto Da-ud dal canto spontaneo e presago di morte, ed entrambi si innamorano della bella Elena. Menealao durante una battuta di caccia al falco e alla gazzella, simboli del maschile e del femminile, accecato dall’odio uccide il giovane Da-ud, vedendo in lui nel delirio il ritorno dell’odiato Paride.
Dopo alterne vicende Menealo accetta di bere il filtro del ricordo, nella speranza sia un veleno che metta fine alle sue angosce, ma la ninfa Aithra, vero deux ex machina della vicenda, riesce a far prevalere nella coppia il valore della famiglia, riconduce a loro la figlioletta Ermione su un etereo e puro accompagnamento degli archi, induce nel terzetto della riconciliazione Paride al perdono e al trionfo finale dell’amore coniugale, in una virtù che non può definirsi assoluta, ma nella sua fragilità umanamente realizzata. Una conclusione drammaturgicamente ambigua, più connessa alla sagace sarcasmo di Hofmannstahl che alle intenzioni di Richard Strauss che avrebbe voluto per la conclusione un gioioso punto di riferimento di unità coniugale a sostegno di quella che considerava la crisi dell’unità borghese, specifica del tempo “moderno”.
Il Teatro alla Scala ritrova una sua identità con la “prima” della verdiana “Giovanna d’Arco” e grazie all’incisiva presenza sul podio di Riccardo Chailly, recentemente nominato Direttore Principale del Massimo milanese (dal 2017 ne sarà Direttore Musicale). Una compagnia di canto d’eccezione, una prova di livello superlativo di orchestra e coro.
Riccardo Chailly sul podio del Teatro alla Scala (foto ANSA)
Da anni la Scala sembrava artisticamente accodata ad un “globalismo” europeo, dallo stampo ( … forse sin troppo …) personalistico di Stéphane Lissner; piegata da una commercializzazione strumentale del pur stimato musicista Daniel Barenboim. La Scala non ha bisogno d’inseguire mode effimere e ritrova oggi nel suo tessuto storico-musicale e grazie al maestro Chailly la sua più genuina ragione d’essere. Riproporre a distanza di un secolo e mezzo nella sala del Piermarini la “Giovanna d’Arco” è operazione lodevole, di restituire ad un più vasto pubblico il lavoro meno conosciuto di Giuseppe Verdi, all’epoca giovane compositore inebriato dal successo di “Nabucco” e nell’entusiasmo compositivo de “I Lombardi alla Prima Crociata”. Erano anni di fervente patriottismo e la musica di Verdi quale nessun altra si fece testimone di tanta passione, partecipazione ed entusiasmo. Inutile la diatriba di stampo tutto musicologico tra un Verdi minore, degli anni così detti “di galera” come li definirà egli stesso, ovvero di un periodo d’incessante ed esasperante lavoro in cui produrrà dieci opere in cinque anni e il Verdi dei capolavori più noti e rappresentati. Essenziale per un teatro d’Opera qual’è la Scala è la qualità della proposta.
Così che si è potuta appieno apprezzare, nella musica di “Giovanna d’Arco”, quella necessità continua di comporre del giovane Verdi che musicalmente si traduce in un ritmo estremamente serrato, in una urgenza espressiva. In piena atmosfera romantica e sempre attento a quanto in letteratura si esprimeva in Europa il compositore si rivolse alla drammaturgia di Schiller e se all’epoca, alla mancanza nella trama di una più reale visione storica dei fatti, si accentrarono le critiche, oggi si sarebbe sperato a che tanta possanza musicale, rispondesse una visione scenica di meno intriso ideologismo professionistico.
Giovanna d’Arco – Anna Netrebko (foto ANSA)
Moshe Leiser e Patrice Caurier hanno guidato registicamente con mano sicura la realizzazione di questa produzione, reinventandosi la vicenda e confinandola ad un sogno, un poco “folle”, dove tutto si svolge in una stanza che si anima in ogni sorta di allucinazione: siano diavoli o angeli, in deliri mistici, battaglie cruente e cavalli da parata. Tutto costruito con grande cura e perizia del particolare, ma come risulta indubitabile nella realizzazione musicale e forse ne avrebbe siglato la “novità, la realizzazione scenica avrebbe trovato giovamento da una meno compiaciuta lettura del testo; che la regia fosse stata pensata con diversa creatività, nella consapevolezza di quel libretto, senza forzature inutili che portano, al contrario, ad una banale ripetizione di uno stereotipo di rilettura già visto e stravisto. Questo non deve segnare un limite, bensì un nuovo punto di partenza che nello stesso concetto di spettacolo rifugga dall’ossessività della solita stanza, così come nelle scene di Christian Fenouillat e costumi impersonali di Agostino Cavalca, spazio sia pur popolato e animato da coloriti folletti e da sottintesi evocativi. Nello sfavillio di proiezioni e di luci magistralmente realizzate da Christophe Forey, passa in secondo ordine il lodevole lavoro di proporre la “Giovanna d’Arco” nel testo originale, precedente ai tagli e distorsioni imposti dalla censura asburgica.
Nel solco della musica, protagonista indiscussa della serata la compagnia di canto, non solo per l’egregia partecipazione del soprano Anna Netrebko e del tenore Francesco Meli, ma anche perché questi solisti hanno dato la prova di come oggi si debba affrontare la vocalità di un’opera lirica, di come se ne possa dare un’impronta personale, moderna e allo stesso tempo rigorosa, senza nessun compiacimento stilistico, una linea di canto per entrambi nobile e coinvolgente.
Giovanna d’Arco – Francesco Mei e Anna Netrebko (foto ANSA)
Anna Netrebko è un’ ideale “Vergine d’Orléans”, dalla tessitura estesa in una tavolozza di colori quanto mai varia, elegante e appassionata; sottolineando consapevolmente tutti quei passaggi, quelle espressioni che troveranno una più matura riflessione nelle opere successive di Verdi, come per il devastante conflitto con un padre baritono. Ruolo quest’ultimo, di Giacomo, sostenuto con decoro dal baritono Devid Cecconi, in sostituzione di Carlos Alvarez, indisposto.
Coro del Teatro alla Scala, Francesco Meli (foto ANSA)
Francesco Meli ha impersonato Carlo VII di Francia con freschezza evocativa dei grandi ruoli verdiani, che si celano in ogni passaggio musicale, sfumatura interpretativa. Riflessione e generosità espressiva affidata al tenore e da lì a poco a quello che sarà il baritono verdiano, come ad esempio nella prima versione di “Macbeth”, nel tormento del potere. Solitudine in “Giovanna d’Arco” che perseguita il Re di Francia sin dall’iniziale “Testé prostrato a terra … “Sotto una quercia parvemi …”, con Carlo VII disteso a terra, straziato, qui registicamente efficace, da ombre di spettri shakespeariani. Fantasmi, paure evocate dal coro che ha dato superba prova, sempre puntuale, impeccabile, consapevole di un ruolo principale. Completa la compagnia di canto il basso Dmitry Beloselski (Talbot).
Applausi per Anna Netrebko, Francesco Meli, Devid Cecconi (foto ANSA)
Tanti, tantissimi incondizionati applausi per gl’interpreti tutti; trionfo beneagurante per Riccardo Chailly e per il suo impegnativo lavoro alla Scala.