La storia dei luoghi teatrali della regione Lazio è fortemente marcata nel segno di Roma, dove i secoli perdono il loro scorrere temporale: centro dellâImpero, cittĂ dei Papi, capitale dâItalia.

Nella Prima Roma lâedificazione di compagini teatrali mobili, originalmente in legno, era consentita solo per cerimonie sacre e per lungo tempo non si eressero strutture stabili, perchĂŠ vi era il timore che la libera frequentazione portasse a comportamenti contrari la morale, cosĂŹ come si ripeterĂ dal â600 in piena Controriforma e sino a Roma capitale del Regno dâItalia, trascorsi quasi due millenni, quando i luoghi destinati allâintrattenimento vennero avvolte esaltati, ma ben piĂš spesso perseguitati dallâautoritĂ papale quali sede di perversione. I ludi teatrali si svolgevano negli anfiteatri, le naumachie, gli spettacoli con fiere e belve e quelli circensi, con le corse di cavalli, parate e processioni, coincidevano puntualmente con festivitĂ religiose.
Siamo agli albori dellâUrbe e qui prende vita il teatro latino, una delle piĂš significative espressioni della cultura dellâantica Roma, in origine rappresentata con testi greci tradotti o rielaborati, che si mescolavano a elementi di tradizione etrusca. Risale al 364 a.C. nel corso dei ludi romani una prima forma di teatro originale, che comprendeva canti e danze. I ludi scaenici avevano particolare importanza durante le campagne elettorali nella tarda repubblica e fu Giulio Cesare a voler far edificare un fastoso teatro che rivaleggiasse con quello di Pompeo fatto dorare da Nerone in un solo giorno, imponente edificio tuttâoggi visibile che venne inaugurato sotto Augusto e dedicato a Marco Claudio Marcello. Notizie sulla vita teatrale della Roma antica ci giungono dagli scritti di Livio, Tacito e Plinio, che accennano a strutture in legno in Campo Marzio o nei pressi del Palatino.

Una premessa indispensabile, perchĂŠ imponenti sono tramandate le vestigia di edifici romani, tuttâoggi testimoni del glorioso passato; teatri, anfiteatri e circhi che convivono con la cittĂ moderna. Di altri si è persa traccia, nelle stratificazioni dei secoli, ma pur sempre partecipi di una cittĂ che vive nella sua storia un percorso di fasti e contraddizioni, che si perpetra nei secoli. Lâelenco sarebbe quanto mai lungo e lâargomento avvincente, ma sarĂ interessante sottolineare come molte di queste costruzioni, sfidando il tempo, oltre che testimonianza millenaria, a tuttâoggi ospitano attivitĂ teatrali. Anche storiche strutture non finalizzate allo spettacolo sono diventate in epoca moderna sede di importanti manifestazioni, quali le Terme di Caracalla per la stagione estiva dellâOpera di Roma; nel 2020 viene allestito per la Fondazione capitolina un teatro allâaperto nel perimetro del Circo Massimo, offrendo piĂš ampi spazi allâemergenza pandemica e alle regole di distanziamento. Saltuariamente, a causa di vincoli conservativi, ci si è avvalsi dellâAnfiteatro Flavio, meglio conosciuto quale Colosseo dove, ad esempio, si tenne un prezioso festival di respiro internazionale. Alle porte di Roma, celebrata è la stagione di prosa del Teatro di Ostia Antica e altre strutture nel territorio laziale sono utilizzate, sia pure saltuariamente, per spettacoli: il Teatro del Santuario di Ercole Vincitore nei pressi di Tivoli, il Teatro Romano di Tuscolo o Teatro di Cicerone, il Teatro Antico di Nemi.

Nel Novecento venne ristrutturato a Roma lâAnfiteatro Correa (per i romani er Corea), edificato nel 1780 sugli imponenti ruderi del Mausoleo di Augusto risalente al I secolo a.C. , qui dal 1882 al 1887 si eseguirono opere comiche e serie; lâAugusteo dal 1908 venne destinato a ospitare la stagione concertistica della Reale Accademia di Santa Cecilia, inaugurata il 16 febbraio con direttore Giuseppe Martucci. Rinnovato nel 1925 da Marcello Piacentini, prenderĂ il nome di Umberto I. SarĂ demolito nel 1939 nel quadro della campagna mussoliniana finalizzata ad isolare i monumenti della Roma imperiale. Dal 1997, per alcuni anni, lâorchestra e coro dellâAccademia saranno ospitati allâinterno della Basilica di Massenzio, nel programma di quellâestate romana voluta dallâallora Assessore alla cultura del Comune di Roma Renato Nicolini, su modello della Festa della Musica ideata in Francia dal Ministro alla cultura Jack Lang.

A ulteriore esempio di continuitĂ , il citato Teatro di Pompeo venne inglobato in costruzioni medievali, tra cui il Teatro dei Satiri, che è stato definito con affettuosa enfasi il primo teatro di Roma in continuitĂ storica dal 55 a.C. al 1946, quando la sala con facciata curvilinea che ricalca quello della cavea dellâantica struttura, venne rilevata dal conte Gianni Grifeo di Partanna, divenendo luogo di ritrovo e di cultura teatrale, situato tra il Valle e lâArgentina. Il Teatro di Marcello è conservato nelle sue linee portanti, grazie al suo utilizzo e ristrutturazione sin dal Medioevo a palazzo fortificato, ricavato a ridosso delle arcate originarie dalle potenti famiglie dei Pierleoni e dei Savelli, questâultima diede incarico di riorganizzare la propria abitazione a Baldassarre Peruzzi. Nel XVIII secolo ne divennero proprietari gli Orsini duchi di Gravina, la famiglia dei principi Orsini ci introdurrĂ in un altro argomento, sostanziale della vita teatrale della Roma rinascimentale e sino al XIX secolo, ovvero dellâimportanza per lo sviluppo culturale della cittĂ della cosĂŹ detta nobiltĂ nera, allâinterno delle lussuose dimore e quali promotori della costruzione delle principali strutture teatrali pubbliche, dal â600 a Ottocento inoltrato.
Attraverso i secoli, come nelle sensazioni offerte da una passeggiata notturna nel centro dellâUrbe al di lĂ del tempo, si prende nota che a Nerone si devono le prime gare canore e nellâantica Roma venivano frequentemente allestiti spettacoli con musiche e canti. Sono manifestazioni che con lâavvento dei cristianesimo saranno considerate pagane, che procederanno nei secoli, anche contravvenendo al severo Editto di Milano, sino a tutto il Medioevo e che influenzeranno nel nuovo millennio i drammi liturgici che si volevano offrire sulla piazza del Laterano, in cui si narrava la vita dei Santi con canti dialettali, musiche e danze. Nel 1414 una Passione venne allestita nel Colosseo.

Siamo in pieno Rinascimento; di soli due giorni nel 1513 è la vita del primo edificio che segna lâattivitĂ teatrale della Seconda Roma. Interamente realizzato in legno venne eretto sul colle del Campidoglio su progetto dellâarchitetto Pietro Rosselli, per una capienza, si dice, di tremila posti con apparato scenografico di Baldassarre Peruzzi. Fu voluto da Papa Leone X della famiglia Medici, in occasione dei festeggiamenti per il conferimento della cittadinanza romana a suo fratello: Giuliano deâ Medici duca di Nemours. Circa del 1561 è il Teatro Anguillara, che si tramanda sia stato costruito dal poeta Giovanni Andrea Anguillara, appartenente a una delle famiglie piĂš antiche di Roma, ricavato allâinterno del suo palazzo in piazza Santi Apostoli. Con tutta probabilitĂ giĂ teatro pubblico fu quello edificato in via Giulia, attivo circa dal 1560 al 1575. A Roma il piacere per lo spettacolo attraversa i secoli: le corse dei cavalli e le naumachie a piazza Navona, cui seguiranno spettacoli di divertimento in musica con testi di Plauto e di Macchiavelli, a cui nel Rinascimento collaborerĂ quale scenografo anche Raffaello e nel Barocco Gian Lorenzo Bernini. A Raffaello Sanzio era stato commissionato da Leone X il progetto di una villa suburbana su terreno di proprietĂ della famiglia Medici, che in seguito prenderĂ il nome di Villa Madama, includente un teatro, come annota lo stesso pittore e architetto in una dettagliata descrizione a Baldassarre Castiglione: ÂŤIn questo spatio vi è un bello theatro fatto con questa misura et ragione (…) ce sono fatte le gradinate, la scena, il pulpito et lâhorchestra (…) E questo theatro è collocato in modo che non può havere sole doppo il mezzodĂ, la quale è hora solita a simili giochiÂť. A questi divertimenti in musica, in austero clima di Controriforma, sâispireranno le altrimenti moraleggianti sacre rappresentazioni, da cui nel febbraio 1600 scaturirĂ il dramma sacro La rappresentazione di anima et di corpo con libretto di Agostino Manni e musica di Emilio deâ Cavalieri, eseguita allâOratorio della Vallicella; una vera e propria opera rappresentata con scene, costumi e ricca di balli. Potrebbe sembrare una contraddizione, ma a Roma neanche i pontefici e le severe proibizioni poterono mutare nello scorrere degli eventi la vocazione di un popolo gaudente, che tendeva a trasformare in ricorrenza ogni tipo di evento, per cui anche le processioni erano giustificazione per giochi e sagre. In questi divertimenti primeggiava il Carnevale, la cui origine risale agli antichi Saturnali, tradizione che si protrarrĂ a simbolo della festositĂ del carattere dei romani, che in essi convive con la tristezza della rassegnazione e la saggia indolenza. Una tradizione che piĂš di altre resisterĂ allâusura dei secoli e sino alla seconda metĂ del XX secolo, quando i bagliori di una cittĂ ormai snaturata da qualsiasi radice storico-culturale e troppo frettolosamente trasformata in capitale, verranno spenti dal dilagante borghesismo, soffocati anche negli aspetti piĂš radicati.

De I Teatri di Roma ci siamo giĂ occupati nello scorso numero di gennaio, ma sarĂ egualmente interessante, in un cammino solo apparentemente similare, ripercorrerne i momenti salienti, con ulteriori, stimolanti annotazioni. Tra i teatri che hanno lasciato traccia nella storia di Roma, allâinterno delle residenze della nobiltĂ nera, primeggia quello della famiglia di Papa Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini. Non era ancora agibile il loro sontuoso palazzo alle Quattro Fontane sul colle del Quirinale quando i Barberini, nella piĂš contenuta residenza ai Giubbonari, inaugurarono la stagione operistica mettendo in scena lâ8 marzo 1631 il SantâAlessio, con musica di Stefano Landi, libretto di Giulio Rospigliosi, futuro Papa Clemente IX: ÂŤla rappresentatione di S. Alessio (…) tutta recitata in musica, sendo riuscita una delle piĂš belle fattesi da un tempo in quaÂť. L’apparato scenico è del ferrarese Francesco Guitti, costruttore delle macchine berniniane. Ancora il SantâAlessio il 23 febbraio 1634 per lâinaugurazione del Teatro Barberini alle Quattro Fontane, in occasione dei festeggiamenti in onore di Alexander Charles Wasa principe di Polonia. Attiguo al nuovo palazzo dei Barberini, innalzato a gloria del casato, si presenta con sala rettangolare, ballatoio su tre lati, banchi in platea e palcoscenico incorniciato tra colonne; la facciata è progettata da Pietro da Cortona. Si disse che potesse ospitare fino a 1500 spettatori; snaturato sin dal Settecento, venne definitivamente demolito nel 1926 nel piano di ristrutturazione di Roma capitale del Regno dâItalia con lâapertura di via Regina Elena, poi via Barberini. Il SantâAlessio riveste una particolare importanza nella storia del teatro in musica, perchĂŠ non solo fu la prima opera composta su soggetto storico, ma nel descrivere minuziosamente la vita interiore del santo tentò una caratterizzazione psicologica di tipo nuovo nell’ambito del teatro d’opera. LâattivitĂ , le grandi feste che fecero capo a questo spazio teatrale dei Barberini restano nella storia per la loro sontuosa creativitĂ . Con Urbano VIII si concludeva di fatto la Controriforma e il pontefice prediligerĂ lâinsorgente Barocco quale stile della Chiesa trionfante. Nei poco piĂš di quarant’anni di regno di papa Barberini, lâUrbe diventerĂ una cittĂ ancora piĂš imparagonabile, anche grazie alla creativitĂ di artisti quali Gian Lorenzo Bernini, che si può indicare quale il massimo regista del Barocco romano. Per la corte papale il Bernini si dedicò a predisporre spettacoli in Vaticano e per il teatro di famiglia del pontefice si prodigò quale impareggiabile scenografo, regista ed attore. Bernini volle, inoltre, edificare nella sua casa di via del Corso uno spazio per spettacoli, il Teatro Bernini, oggi scomparso. Un versante quasi inesplorato del Seicento romano è quello dedicato a studi piĂš approfonditi sul mecenatismo musicale della grandi famiglie della nobiltĂ nera e dei Principi della Chiesa.

A Roma, fra la fine del â500 e il primo â600, Alessandro Peretti Damasceni cardinal Montalto, pronipote di Sisto V, è un vero e proprio melomane e si contorna dei piĂš celebrati cantanti dellâepoca: ÂŤ(âŚ) egli steso sonava il cimbalo (âŚ) e cantava con maniera soave et affettuosaÂť (da Ricerche di Alberto Cametti – Roma). Furono al suo sevizio, tra i tanti, il famoso eunuco Onofrio Gualfreducci, il compositore Cesare Marotta e sua moglie la clavicembalista Ippolita Recupito, amatissima cantante. Nel rione Parione si passa per via della Pace, dove si ergeva il teatro omonimo, ormai dimenticato, ma che rievoca un certo spaccato di vita della Roma Sei-Settecentesca, se si vuole minore quanto indiscutibilmente distintivo dei costumi di un epoca. Costruito negli ultimi anni del â600, la prima traccia è quella delle recite degli istrioni nel 1691, ovvero di attori che ancora nel XVII secolo si esibivano in uno stile dei tempi antichi. Nella stagione di Carnevale del 1694 si ha testimonianza della rappresentazione di due drammi: Roderico, con musica di Francesco Gasperini interpretato dal sopranista Alessandro Bisson e Orfeo con musica di Bernardo Sabatini, con scene dipinte, ci è tramandato magnifiche, di Ferdinando Galli da Bibbiena. Da sottolineare il ruolo che ebbe a Roma lâarchitetto teatrale e scenografo, appartenente alla celebre famiglia di artisti, nellâassicurare la continuitĂ della corrente bibienesca nell’allestimento di spettacoli. Nel 1717 il Teatro Pace fu rinnovato dall’ingegnere teatrale e scenografo bolognese Domenico Maria Vellani e in seguito vi si eseguirono diversi drammi in musica, affidati alle celebritĂ dellâepoca, quali i musici soprano Domenico Gizzi, Felice Novelli e Cristoforo Raparini. Col progredire dei tempi il Teatro Pace andò sempre piĂš decadendo e nel 1853 verrĂ demolito. Tra i teatri storici della cittĂ , di particolare rilievo fu quello ricavato allâinterno di palazzo Altemps, costruito alla fine del 1480 alle spalle di Piazza Navona, tra lo Stadio di Domiziano e piazza Sant’ Apollinare, per il nipote di Sisto IV, il conte Girolamo Riario ed è riportato da documenti dâepoca che fu scenario di feste rinascimentali. Nel palazzo sarĂ edificato uno dei primi teatri privati, che venne detto tra piĂš antichi di Roma, ma sono molti gli spazi per lo spettacolo, scorrendo le cronache, che ne vanterebbero il primato. Il palazzo verrĂ acquistato nel 1568 dal cardinale Marco Sittico Altemps, nipote di Pio IV, completato e rinnovato a opera di Martino Longhi il Vecchio. Ai primi del Seicento il secondo duca di Gallese, il mecenate Giovan Angelo Altemps, vi farĂ ricavare nel seminterrato un teatro dotato di una sala rettangolare lunga circa 20 metri, dove è attestato lo svolgersi di una vera e propria, articolata stagione teatrale: ÂŤ (âŚ) con costumi e utilizzo delle macchine di scenaÂť. La storia del teatro a palazzo Altemps attraversa il tempo lungo ben quattrocento anni, assecondando mode, gusti, tecniche e tecnologie dello spettacolo. Il 23 novembre del 1758, su invito del cardinale Carlo Rezzonico nipote del veneziano Clemente XIII, è in visita a Roma il drammaturgo Carlo Goldoni ed è da questo avvenimento che, probabilmente, il teatro gli venne dedicato. Nel 1870, con lâannessione di Roma al Regno dâItalia, il Goldoni verrĂ attestato tra quelli operanti in cittĂ anche se definito, con poca considerazione: Romanesco. Il palazzo Altemps fu uno dei primissimi luoghi del cinema a Roma e le cronache raccontano delle folle accorse agli spettacoli con la lanterna magica e dopo il 1911 al Goldoni saranno proiettate le iniziali pellicole del muto, con accompagnamento di pianoforte. SarĂ utilizzato per diverso tempo quale cinematografo, per poi riconvertirsi allâarte di palcoscenico e questo teatro, pur tra alterne vicende, non ha mai sospeso la sua attivitĂ fino al 1984. Il palazzo, con annesso teatro, passerĂ allo Stato e il Goldoni sarĂ riadattato nel nuovo secolo a sala moderna, accessoria al museo Nazionale Romano a Palazzo Altemps, conservando il palco originale in legno, con lo spazio scenico restituito a quello delle lontane origini.
Sono numerosi i teatri che operarono a Roma nel diciassettesimo secolo, principalmente privati e di dimensione ridotte, tra questi il Teatro del Collegio Romano, il Colonna, il Teatro del Collegio Clementino, l’Ameyden dedicato al poeta e storico naturalizzato romano, il Rospigliosi e il Teatro Orsini. I Ruspoli furono patroni di Händel e Caldara; il Cardinale Ottoboni di Corelli e Alessandro Scarlatti e il cardinale Pamphilj patrono di Corelli e Händel. Ancora, sono solo pochi esempi, il patronato musicale del cardinale Pietro Aldobrandini e dei giĂ citati Barberini per Frescobaldi; il cardinale Montalto, i Ruspoli e i Borghese furono benefattori di Francesco Gasparini. Interessante sarebbe un approfondimento accedendo ad alcuni degli archivi di famiglia, a tuttâoggi in parte inesplorati, per un piĂš preciso studio di quelle che furono le cariche e gli impegni dei musicisti e per il ritrovamento o riproposta di molte partiture, qui conservate negli scaffali. Accanto alle istituzioni religiose, inoltre, fiorirono nel Barocco romano congregazioni, confraternite, collegi, anche unâistituzione laica come lâAccademia di San Luca, che sosteneva annualmente una festa con lâesecuzione di importanti musiche, affidate nel primo Settecento ad Arcangelo Corelli; come pure lâAccademia dellâArcadia.

La musica è spettacolo e non solo teatrale e messa in scena tra le piĂš suntuose nello Stato Pontificio lâarrivo della regina Cristina, convertitasi al cattolicesimo e abdicato al trono di Svezia, fu trionfale. La sovrana vene accolta a Roma con grandi onori e feste da Alessandro VII al secolo Fabio Chigi, da poco eletto al Soglio di Pietro, successore di Innocenzo X della famiglia Pamphilij. Alessandro VII, uomo di raffinata cultura, fu il papa che piĂš di ogni altro trasformò per Roma le ricorrenze liturgiche in cerimonie sontuose e memorabili spettacoli. Lâingresso sfarzoso a Roma di Cristina di Svezia doveva rappresentare per il pontefice il segno della politica estera, con la supremazia dei cattolici sui protestanti. La vita di corte a Roma si trasformerĂ sempre piĂš nellâesaltazione della politica attraverso feste scenografiche ed eventi mondani, perchĂŠ nella bellezza si manifestava la forza del papato e vi si identificava il concetto stesso di potere. Ci riportano le cronache, con dovizia di particolari, che il 20 dicembre 1655 la regina Cristina raggiunse il Vaticano a bordo di una lettiga appositamente disegnata da Gian Lorenzo Bernini. In suo onore, era stato lo stesso Bernini a restaurare Porta del Popolo, sulla quale si può ancor oggi leggere la scritta inneggiante al suo felice e fausto ingresso in cittĂ : ÂŤFelici faustoque ingressuiÂť. Quando la regina Cristina si stabilĂŹ a palazzo Barberini, prima tra le dimore romane, venne accolta da solenni festeggiamenti e da una folla di circa seimila spettatori, oltre che da una processione di cammelli ed elefanti abbigliati all’orientale e con torri in legno sulle loro groppe; memorabile il 28 febbraio 1656 in onore della sovrana la Giostra dei Caroselli, cosĂŹ come ci è trasmesso da un celebre dipinto di Filippo Gagliardi e Filippo Lauri. Trasferitasi a palazzo Farnese, decise di aprirvi il 24 gennaio 1656 lâAccademia Reale, imponendo ai componenti di aderire alla musica e al teatro.

Cristina di Svezia sâinteressò diffusamente di cultura, quasi volesse trasformare la nuova corte in un esempio di rinnovato mecenatismo. La monarca, nel suo secondo soggiorno nella cittĂ dei Papi, fece costruire nel 1666 una sala nella sua residenza di palazzo Riario alla Lungara: il Teatro di Cristina di Svezia, dove si rappresentavano, oltre alle cantate, commedie che furono definite licenziosenellâambiente eclesiastico, particolarmente critico nei confronti dei costumi liberaleggianti della sovrana. La struttura venne demolita dai Corsini, successivi proprietari dellâedificio. La regina Cristina si occupò di sale teatrali e in particolare del Tordinona, dove fece allestire per sĂŠ tre palchi con ingresso riservato, primo e prestigioso teatro pubblico romano, infelicemente demolito a fine Ottocento per far posto agli antiestetici muraglioni ai lati del Tevere della Roma post-unitaria. Il Teatro di Tordinona, poi Apollo, si può a diritto considerare quale il primo tra i grandi edifici teatrali della storia della Seconda Roma. Fu fatto edificare nel 1670 dal francese conte Giacomo (Jacques) dâAlibert, che il cardinale Decio Azzolino aveva raccomandato a Cristina di Svezia che lo nominò suo segretario dell’ambasciata o dei comandamenti. Il conte dâAlibert, per favorire la regina Cristina, fece richiesta che gli venisse concesso lâuso di una proprietĂ che affacciava sul Tevere per la costruzione di un teatro pubblico, una novitĂ per la cittĂ di Roma.

Questo, prese il nome dallâantica torre: turris de Annona, della cinta muraria aureliana che nel â300 era passata di proprietĂ della famiglia Orsini, allâepoca prefetti dellâAnnona, assumendo da questa qualifica lâappellativo. La richiesta fu accolta nel 1669 da papa Clemente IX, grazie alla mediazione della stessa sovrana. Per la costruzione furono abbattute strutture preesistenti, tra cui il vecchio carcere edificato nel 1410 della Confraternita di San Girolamo della CaritĂ , da alcuni anni in disuso, con la tristemente celebre cella chiamata della vita dove fu rinchiuso, tra i tanti, Benvenuto Cellini. Il progetto venne affidato a Carlo Fontana, che ricavò una sala lignea nella tradizione del teatro allâitaliana, con sei ordini di palchi. Del gennaio 1671 è la prima del dramma musicale Scipione Affricano di Francesco Cavalli, preceduto da un prologo di circostanza in lode di Clemente X e Cristina di Svezia, musicato da Alessandro Stradella. La vita del Tordinona sarĂ fortemente segnata dallâavvicendarsi al pontificato di personalitĂ piĂš o meno moralizzatrici, da cui ne dipesero le sorti. Nel 1675 anno giubilare, come imposto, tutti gli spettacoli nella Roma papale dovettero essere sospesi; in luglio dellâanno seguente morĂŹ Clemente X e il suo successore, Innocenzo XI, si dimostrò da subito avverso a ogni forma dâintrattenimento  e con provvedimenti restrittivi fece chiudere tutti i teatri. Una forma di repressione assoluta, tanto da essere soprannominato il papa minga, ovvero in dialetto lombardo, il papa del niente, chiosando il suo marcato accento comasco, da dove era originario papa Benedetto Odescalchi e marcato dallâostilitĂ per ogni forma dâintrattenimento che riuscĂŹ, però con difficoltĂ , a contenere lâirrefrenabile Carnevale romano. Alla morte di Innocenzo XI nel 1689, lo stesso anno della scomparsa di Cristina di Svezia, l’avvento al soglio pontificio del veneziano Alessandro VIII, nato Pietro Vito Ottoboni, permise la riapertura delle sale con la ripresa delle attivitĂ e fu lâoccasione per il conte Giacomo dâAlibert di affidare nuovamente al Fontana il rinnovo del teatro.

Nel 1691 un altro cambio di pontefice e di conseguenza di filosofia per la Roma papalina, con lâelezione dellâintransigente Innocenzo XII, al secolo Antonio Pignatelli di Spinazzola, al quale sono riferite severe riforme, fra cui giĂ nel 1792, un anno dopo la sua elezione, un decreto restrittivo sullâesecuzione di musiche nella liturgia. Il pontefice si mostrò talmente avverso a ogni tipo dâintrattenimento, che nel 1697 diede ordine di demolire il Tordinona, da poco ristrutturato, accusato di essere al centro di immoralitĂ e scandali. Il teatro non venne riedificato sino al 1733, regnante il fiorentino Clemente XII, della famiglia Corsini. Ampliato, rimaneggiato, piĂš volte a causa di crolli e incendi, la ricostruzione piĂš importante per il Tordinona sarĂ quella intorno al 1790 di Felice Giorgi, nellâoccasione rinominato Teatro Apollo, sul sipario dipinto da Felice Giani si volle far raffigurato Apollo sul carro del Sole. Considerato il teatro tra i piĂš rilevanti della cittĂ , su quel palcoscenico vennero rappresentati molti lavori di maestri del â700, napoletani e veneziani. Dopo esser stato piĂš volte venduto ed acquistato, dal 1820 divenne proprietĂ della famiglia Torlonia che nel 1831 provvide a commissionare un ulteriore rifacimento, con l’acquisizione della facciata neoclassica disegnata da un oramai anziano Giuseppe Valadier.

Nel 1839 venne dato incarico della gestione dellâApollo all’impresario romano Vincenzo Jacovacci detto er Sor Cencio, che appoggiato dai Torlonia, gestĂŹ per quasi quarantâanni i principali teatri romani. Fu questo il periodo in cui lâApollo conobbe maggior splendore, con in cartellone le opere dei piÚ famosi compositori e i cantanti piĂš acclamati. Di quegli anni è la prima de Il trovatore di Giuseppe Verdi il 19 gennaio 1853 e sei anni dopo, il 17 febbraio 1859, quella di Un ballo in maschera avendo trovato il compositore per la sua nuova opera piĂš comprensione nelle censura pontificia che in quella borbonica. Dopo lâelezione di Roma a capitale del Regno dâItalia nel 1871, lâApollo fu promosso a teatro di primâordine e fu aggiunto il palco reale, ma inesorabilmente nel 1888/89 il teatro, che affacciava sul fiume, fu demolito per i lavori di costruzione degli argini del Tevere. Parte degli arredi saranno acquistati da Domenico Costanzi per arricchire gli interni del suo teatro, inaugurato al Viminale nel 1880. Nello stesso progetto verrĂ sacrificato anche un altro edificio teatrale, il piĂš recente Politeama, che era stato inaugurato solamente nel 1862 sulla riva destra del Tevere, allâaltezza di Ponte Sisto; qui due prime assolute per Roma di opere dâoltralpe: La notte di Valpurga di Gounod e Rienzi di Wagner. La famiglia Torlonia di origine francese di mercanti di tessuti e banchieri, nobilitati nellâOttocento, oltre al Tordinona, acquisteranno anche i teatri Alibert, Capranica e Argentina, allo scopo di divenire arbitro della vita teatrale della cittĂ e in questo modo imporre una propria supremazia culturale, non scevri da fini investitivi, che nelle attivitĂ teatrali sono pur sempre rischiose.

Sempre i Torlonia, commissionarono un nuovo teatro, a uso sia pubblico che privato, allâinterno del parco della villa di famiglia fuori le mura, conseguito nello stile del teatro di corte degli inizi del XVII secolo, ove all’impianto generale del teatro all’italiana venne aggiunto lo schema elaborato della Francia del XIX secolo, dotato di raffinati e stupefacenti marchingegni. I lavori del Teatro Torlonia iniziarono nel 1841 terminando solo nel 1871. Acquisito nella seconda metĂ del Novecento dal Comune di Roma in stato dâabbandono, quel palcoscenico è stato restituito alla cittĂ nel 2013, ma ancora in attesa di un utilizzo adeguato. La realtĂ romana, nei secoli, è piena di contraddizioni che affondano le radici nella volontĂ del Trono di Pietro che a rappresentare la cittĂ , al contrario di quanto accadeva in molti altre cittĂ di unâItalia ancora da unificare e nelle principali capitali europee in un rinnovato concetto urbanistico, non fosse il teatro ad apparire quale punto di riferimento di aggregazione sociale, bensĂŹ lo fossero i ben piĂš indicativi, monumentali, edifici consacrati. A Roma i teatri sembrano erigersi con riserbo formale, per non essere in contrasto con il potere pontificio, che con la sua tramandata diffidenza e riserva nei confronti dei luoghi di spettacolo condizionava i costruttori con un tacito accordo di tolleranza, svago consentito con riserva, a patto che rimanga discreto al vedersi. Ancor piĂš, perchĂŠ i teatri erano dotati di piccoli salotti sospesi protetti dallâintrigante penombra, come definĂŹ Marcel Proust i palchi ed è racconto che lo scrittore si riferisse con questa descrizione a quelli del Teatro Argentina, ma Proust non soggiornò mai a Roma. Della vita teatrale romana sâinteressò Stendhal, che non fu benevolo nei confronti della cittĂ , il quale nota stupito dei tendaggi dei palchi, uno diverso dallâaltro, cosĂŹ come dei colori e degli stemmi di famiglie reali in esilio, che avevano trovato protezione nella cittĂ dei papi e che al pari e ancor piĂš della nobiltĂ nera, abbellivano il palco di proprietĂ , spesso in una sorta di gara del lusso. Le dame vanno a teatro piĂš per essere rimirate, corteggiate, vezzeggiate dai loro cavalieri e cicisbei, che per interessarsi allo spettacolo. Le stagioni dâopera a Roma si aprono puntualmente il 26 dicembre e durano sino allâultimo giorno di Carnevale il martedĂŹ grasso, arrivate le Ceneri è consentito solo rappresentare oratori sacri. GiĂ il Valadier lamentava di non aver potuto realizzare il suo progetto di un nuovo splendido teatro pubblico a Roma, presentato nel 1789 per il Concorso Clementino e da realizzarsi nellâarea del Convento delle Convertite in via del Corso, cosĂŹ come non ci riuscirĂ nel tempo nessunâaltra illustre figura. Proseguendo, del 1718 è il teatro voluto dallo stesso conte Giacomo dâAlibert sul fabbricato di sua proprietĂ per il gioco della pallacorda, aspirazione realizzata dal figlio Antonio. Il Teatro Alibert verrĂ edificato non lontano da piazza di Spagna, inaugurato con Alessandro Severo del compositore napoletano Francesco Mancini. Nel 1720 lâarchitetto Francesco Galli da Bibbiena lo amplia, ristrutturandone la sala. A causa dell’anno giubilare del 1725 tutti i teatri romani saranno chiusi e Antonio d’Alibert, aggravato dalle tante spese sostenute, verrĂ a trovarsi in difficoltĂ finanziarie, tantochĂŠ le autoritĂ romane nel 1726 metteranno il teatro all’asta. VerrĂ acquistato da un consorzio di nobili e rinominato Teatro delle Dame, alla moda dellâepoca di dedicare le sale alle dame o ai cavalieri. La direzione del teatro passerĂ , quindi, ai Cavalieri di Malta, con i quali alcuni membri del consorzio avevano stretti legami. Nella prima metĂ degli anni â30 del Settecento è un ulteriore intervento, con ampia ristrutturazione e abbellimento, su progetto dellâarchitetto Ferdinando Fuga, con riapertura nel 1738 con il dramma per musica di Nicola Logroscino: Quinto Fabio. Felicissimi i cartellone di quegli anni e molti i titoli in prima su quel palcoscenico, considerato alla moda e di successo, dove si alternarono i cantanti piĂš famosi dellâepoca. Nel 1847 il duca Raffaele Torlonia, dopo averlo fatto demolire, ne affida la ricostruzione in solida muratura a Carlo Nicola Carnevali, corredandolo di vani per la sartoria, scuole di ballo e di musica. Il 15 febbraio 1836 un incendio, si sospettò doloso, lo distrugge definitivamente.

Altra casata di rilievo per la storia teatrale dellâUrbe è quella del cardinale Domenico Capranica, che vanterĂ nel tempo ben tre sale per lo spettacolo. Il primo teatro fu voluto nel 1679 da Pompeo Capranica, a uso privato, allâinterno del palazzo di famiglia a Santa Maria in Acquino. Ricostruito dal 1692 al 1695 dell’architetto Carlo Buratti, allievo di Carlo Fontana, venne aperto al pubblico. Nella sua storia ospitò circa 140 prime esecuzioni e per quel palcoscenico scrissero o riadattarono, allâuso dellâepoca: Antonio Caldara, Giovanni Bononcini, Antonio Vivaldi, Fernando Leo, Baldassarre Galluppi, Raimondo Lorenzini, Giovanni Paisiello, Niccolò Piccini, senza dimenticare lavori di Alessandro Scarlatti e Niccolò Porpora. Dopo un susseguirsi di traversie, nel 1881 venne chiuso per inagibilitĂ dopo una recita di Ernani di Verdi. Degradato a deposito, il Capranica dal 1922 al 2000 è utilizzato quale sala cinematografica e infine centro congressi. PiĂš nota la storia del secondo teatro voluto dai Capranica, costruito alle spalle del palazzo di famiglia a la Valle, dove nellâantichitĂ era lo stagno di Agrippa. Venne edificato, forse, sui resti di un precedente edificio adibito a spettacoli costruito anchâesso in legno, su quelli che erano i giardini pensili con terrapieno del palazzo della famiglia dei Della Valle a SantâEustacchio, dove il cardinale Andrea Della Valle aveva raccolto una ricca collezione di marmi antichi, sistemandoli in un disegno di basilica allâaperto, anticipando cosĂŹ il concetto di museo. Il Valle, innalzato su progetto di Tommaso Morelli, venne inaugurato nel 1727 e vanterĂ molte prime di opere in musica che resteranno nella storia della composizione con protagonisti i piĂš celebri compositori della Scuola Napoletana del â700 e nel secolo successivo Gioachino Rossini, come anche Gaetano Donizetti. Il Valle nel 1819 divenne in muratura su progetto di Giuseppe Valadier il quale, dopo il crollo dellâarco scenico, rinunciò e viene sostituito da Gaspare Salvi. Scrive il Valadier: ÂŤ(âŚ) era giunto alla sua decrepitezza il Teatro Valle, che fabbricato di Legnami, giusta il costume antico, formò per lungo tempo la delizia dei colti Abitanti di Roma. Quindi il Governo mi ordinò di esporre in disegno le mie idee sulla riedificazione di esso da farsi, no coi fragili Legni, ma coi cementi, in modo che fosse degno della cittĂ ReginaÂť.

Lâimpegno del Valadier assicurò al Valle una degna facciata in stile neoclassico, sia pur sempre discreta. Il Valle manterrĂ il suo prestigio nei secoli XVIII e XIX e dopo lâUnitĂ dâItalia verrĂ corredato di palco reale, spesso frequentato dalla regina Margherita. La prosa prenderĂ il posto della lirica, salvo iniziative sporadiche quali il SantâAlessio di Stefano Landi nel 1981 e due brevi stagioni a cura del Teatro dellâOpera nel 1991/â92 con La cenerentola di Rossini, che al Valle era stata rappresentata per la prima volta nel 1816, rinnovando con questa iniziativa la collaborazione con lo Sperimentale di Spoleto e la nuova produzione di Adina, ovvero il Califfo di Bagdad di Rossini. Chiuso per alterne vicende, dopo un successivo, accurato restauro il teatro è oggi a disposizione unicamente per attivitĂ di carattere culturale, non meglio definite. Un altro piccolo teatro verrĂ ricavato dai Capranica allâinterno del loro palazzo a la Valle, allâaltezza del piano nobile, il Valletto, attivo dal 1855 fu la prima sala a Roma ad essere illuminata a gas.

Voluto dal duca Giuseppe Sforza-Cesarini lâArgentina è lâultima grande struttura edificata nella Roma papale, quasi un secolo e mezzo prima dellâelezione della cittĂ , nel 1871, a capitale del Regno dâItalia e dei grandi sventramenti e speculazioni edilizie che ne mutarono, almeno in parte, quella morfologia venutasi a formare nei secoli. LâArgentina avviò la sua attivitĂ il 13 gennaio 1732 con Berenice di Domenico Sarro, principale interprete il celebrato farfallino, il famoso castrato Giacinto Fontana, voce bianca particolarmente apprezzata da Montesquieu. Impresso nella storia il Teatro Argentina rimarrĂ per la tempestosa prima de Il Barbiere di Siviglia di Rossini del 1816, presentato per lâoccasione con il titolo di Almaviva ossia lâinutil precauzione per evitare, inutilmente, la suscettibilitĂ dei fautori del grande maestro Paisiello che aveva musicato sullo stesso libretto de Il barbiere nel 1782, al Teatro dellâHermitage di San Pietroburgo. Ancora nella storia del teatro, nel 1849 durante la Repubblica Romana, la prima de La battaglia di Legnano di Giuseppe Verdi, con il teatro invaso da una folla entusiasta: âViva lâItalia/ Sacro un patto/ tutti spinge i figli suoiâ. Il progetto del nuovo edificio era stato affidato al marchese Girolamo Theodoli, che lo aveva realizzato con lâausilio di un valido capomastro che vantava due sottoposti, fra cui mastro Zabaglia, inventore dei sampietrini. Prese il nome dalla torre che domina la piazza antistante, voluta dal vescovo Giovanni Burcardo, nel â500 maestro delle cerimonie pontificie, nativo di Argentoratum che è il nome latino di Strasburgo. Il Teatro Argentina nacque nella consapevolezza del suo ruolo protagonistico nella vita musicale della cittĂ e assunse da subito un ruolo importante nel panorama culturale romano, offrendo spettacoli di grande livello. Dal 1739 la rappresentazione di drammi in prosa con intermezzi musicali cedette il passo alla lirica, con particolare attenzione al dramma che era considerato un genere aristocratico rispetto alla piĂš popolare opera buffa che, per questo, non apparve che raramente nei cartelloni del nuovo teatro. PiĂš di 150 prime assolute costituiscono la ricca dote dellâArgentina. La costruzione dellâinterno era cosĂŹ ammirata che lâarchitetto Giannantonio Selva la prese a modello per il progetto realizzato nel 1790/92 del Gran Teatro La Fenice di Venezia. Meno felice, come di prassi nella cittĂ dei Papi, risultò la facciata. Protagonisti di quegli anni: Alessandro Scarlatti, Christoph Willibald Gluk, Giovanni Paisiello, Domenico Cimarosa e sovrano incontrastato dellâopera seria il librettista Metastasio.

Tra le grandi feste musicali ospitate nella sala dellâArgentina, quella voluta dall’ambasciatore del Portogallo a Roma ad inizio del XVIII secolo, in segno della magnificenza del sovrano Giovanni V di Braganza, con ingresso libero per tutti i concittadini e alla quale molti romani si presentarono per entrar gratuitamente, affermando di essere di origine portoghese, da cui il detto fare il portoghese. Altro evento memorabile è quello commissionato nel 1757 da FrĂŠdĂŠric JĂŠrĂ´me de la Rochefoucauld, ambasciatore di Francia presso lo Stato della Chiesa, per celebrare il decennale delle seconde nozze del Gran Delfino Louis Ferdinand di Borbone, con Maria Giuseppa di Sassonia, avvenute a Versailles. Innumerevoli gli eventi legati allâArgentina, teatro che meriterebbe da solo un intero capitolo di questa pur fuggevole carrellata dei teatri storici di Roma e del Lazio. Nel 1826 un restauro di Pietro Holl rivede la sala e realizza la nuova facciata neoclassica ed è cosĂŹ che il teatro apparve quando nel 1843 i Torlonia lo acquisteranno, sostituendo il loro piĂš recente stemma a quello degli Sforza Cesarini. Il teatro cambia nuovamente aspetto per gli importanti lavori di ristrutturazione affidati allâarchitetto Nicola Carnevali, che ne modificano sostanzialmente la struttura. La vita dellâArgentina è destinata radicalmente a mutare dal 1869 con la vendita dei Torlonia al Comune. Eâ la vigilia dellâannessione di Roma e nel 1871 viene decretata la sua elezione a capitale del Regno dâItalia. Dal 1870 risultò, in compagnia del solo Apollo, quale teatro di primâordine ed anche per lâArgentina era il momento per costruire il palco reale. Indispensabile per la capitale, alla stregua dei tempi, è di poter contare su di un nuovo, grande teatro di rappresentanza. I progetti si susseguiranno, nel 1886 il Consiglio Municipale manifesterĂ lâintenzione, in previsione della demolizione dellâApollo, di costruire un nuovo teatro Massimo della cittĂ , da edificarsi su progetto dagli architetti Cipolla e Grimaldi nell’area oggi archeologica di fronte a quello che fu definito con poco rispetto il vecchio Argentina. Contrariamente, nellâimpossibilitĂ di garantire finanziamenti adeguati, verrĂ optato dal 1887 ed il 1888 per la ristrutturazione proprio del Teatro Argentina, per mano dellâarchitetto emerito del Comune di Roma: Gioachino Ersoch. Lâarchitetto donerĂ alla struttura unâimpronta tipicamente ottocentesca, arricchendola di ornati e tendaggi, soprattutto sostituendo i materiali settecenteschi con piĂš solide murature, senza però alterarne le linee caratterizzanti e proporzioni.In quegli anni, nuove per Roma allâArgentina: La bohème di Puccini, Andrea ChĂŠnier di Giordano, Loreley di Catalani, la Walkiria e il Crespuscolo degli dei di Wagner e tanti altri titoli. Il resto è pur sempre storia, nel 1926 un ulteriore restauro è affidato a Marcello Piacentini, architetto che in quegli anni aveva proposto al regine fascista un progetto per la costruzione nella capitale di un nuovo rappresentativo teatro reale. Ancora una volta ragioni economiche impedirono allâamministrazione pubblica di finanziarne il progetto e il governatorato deciderĂ di acquistare la maggioranza delle azioni dagli eredi di Domenico Costanzi che con i suoi mezzi, aveva fatto realizzare al Viminale, tra il 1979 al 1980, un nuovo teatro, il Costanzi, la cui ristrutturazione nel 1928 venne affidata allo stesso Piacentini, che sarĂ obbligato ad accettare lâincarico. LâArgentina negli anni successivi vivrĂ ulteriori interventi ed ancora affronti, come quello attuato del 1967 allâinsegna della furia iconoclasta che ne alterò, fortunatamente non in modo irrimediabile, lâaspetto dei locali dâaccesso e la sala. LâArgentina tornerĂ al suo splendore nel 1993 a seguito del minuzioso intervento di Paolo Portoghesi, senza piĂš palco reale, ritrovando una sua piĂš precisa linea stilistica.

Siamo nella Terza Roma è primo tra i grandi edifici edificati nellâeletta capitale del Regno dâItalia è il Costanzi, che prese il nome da Domenico Costanzi, abile costruttore e gestore di grandi alberghi, nativo di Macerata, dove aveva coltivato la passione per la musica frequentando il teatro locale dei Nobili Condomini, poi Lauro Rossi. In terra marchigiana primeggiavano le produzioni rossiniane e si dice che il giovane Domenico, che professionalmente avrebbe seguito le orme del padre costruttore, abbia partecipato nel 1832 quale corista a unâesecuzione al pianoforte del Guglielmo Tell in casa degli Azzolino. Domenico Costanzi, dopo aver girato lâEuropa e aver approfondito la realtĂ di molte importanti cittĂ , si trasferĂŹ a Roma, Qui, dopo essersi arricchito con speculazioni edilizie, volle che un nuovo teatro fosse realizzato vicino al maggiore dei suoi alberghi, la Locanda del Quirinale. Costanzi aveva proposto, nella moda del tempo, la costruzione di un grande politeama destinato soprattutto al pubblico borghese dei nuovi quartieri, ma la promiscuitĂ di questo genere di edificio aveva provocato tali diffidenze da invitare il costruttore da recedere dal modello. Nel presentare il suo progetto Costanzi aveva avuto fiducia di poter contare su fondi pubblici, che a parte insignificanti interventi, gli furono sempre negati. Dovette, quindi, impegnare tutto il suo capitale per portare a termine lâedificio, tanto da dover ipotecare, poi vendere, alcune sue proprietĂ , la casa della moglie e infine la propria. LâavversitĂ dei romani per un nuovo teatro, da erigere sul colle del Viminale, considerato luogo troppo lontano da quelli che era stati per secoli i luoghi tradizionali dello svolgersi della vita della cittĂ , dove erano stati innalzati i principali edifici storici, sembrò insanabile: Un teatro lassĂš! â si mormorava in cittĂ â E chi vorrĂ andarci? (âŚ) Torni, torni allâalbergoÂť. Fu cosĂŹ che Domenico Costanzi, forse suo malgrado, si trasformò in generoso mecenate della vita musicale romana. Lâincarico di progettare il nuovo edificio venne affidato allâarchitetto milanese Achille Sfondrini di comprovata esperienza, a cui si doveva lâedificazione di numerosi teatri in Lombardia e in Emilia, ma in quella fine di secolo la commissione del Costanzi sarĂ per lui lâoccasione piĂš rilevante. Concepito sempre a forma di ferro di cavallo, in stile eclettico, con particolare cura per il risultato acustico, ideato come in una ÂŤcamera armonicaÂť (cosĂŹ è definita in Cenni Illustrativi del Nuovo Teatro Nazionale del signor Domenico Costanzi, sul progetto dellâingegner architetto Achille Sfondrini), il teatro verrĂ completato in soli diciotto mesi eretto, forse casualmente, tra le vie rispettivamente intitolate a Torino, prima capitale e Firenze, capitale ad interim.

In origine il teatro può ospitare circa 2000 posti, disponendo di tre ordini di palchi, il quarto non potĂŠ essere realizzato per i costi crescenti, di un anfiteatro e di una galleria, il tutto sormontato dalla cupola affrescata dal perugino Annibale Brugnoli. Lâesterno, in stile cinquecentesco, era mancante di una facciata vera e propria e dotato di tre ingressi distinti, per rassicurare aristocratici e borghesi di non doversi mischiare con il popolo delle due gallerie. Il Costanzi, poi Reale, infine Teatro dellâOpera, che sarĂ soggetto ai pesanti interventi di Marcello Piacentini degli anni venti del â900 che vi portarono rilevanti modifiche, rappresenta per Roma lâultimo esempio di quella architettura teatrale-musicale italiana avviatasi ai prima del â600 col Barocco e passata attraverso il lungo ciclo del neoclasicismo, durato in campo teatrale anche in pieno romanticismo e post romanticismo. Inaugurato il 27 novembre 1880 con Semiramide di Rossini, quella sera al Costanzi, era presente tutta lâaristocrazia romana e lâalta borghesia.

Re Umberto I e la regina Margherita vi erano giunti fra due drappelli di corazzieri in alta uniforme, accolti trionfalmente al loro ingresso, con orchestra e banda in palcoscenico inneggiando la Marcia Reale. Domenico Costanzi, per agevolare il riconoscimento del suo edificio a teatro di rappresentanza della capitale, aveva voluto che lâarchitetto Sfondrini prevedesse un elegante palco reale con corona sovrastante, che venne rimossa dopo la proclamazione della Repubblica, lasciando i due putti che la sorreggevano sostenere il nulla, corona ricostruita e rimessa al suo posto, in una concezione storica di ripristino della sala, negli anni â90. Lâorchestra abbassata ribassata rispetto al livello della platea, allâuso wagneriano, era una novitĂ per il pubblico romano, che lâaveva guardata con proverbiale diffidenza.

Il Costanzi, oggi Fondazione Teatro dellâOpera di Roma, sin dai primi anni acquistò unâimportanza europea, divenendo il teatro dei nuovi autori, quali Mascagni con Cavalleria Rusticana e Iris e Puccini che aprĂŹ il secolo facendo furore con il piĂš romano dei melodrammi Tosca. Ripercorrerne la storia richiederebbe un volume dedicato; riporteremo solo alcuni tra i tanti episodi che ne caratterizzarono le attivitĂ . La gestione del Costanzi era passata nel 1888 a Eduardo Sonzogno, lâeditore investĂŹ immediatamente il teatro a sede di rappresentazione delle sue pubblicazioni, in palese contrasto con lâeditore Ricordi che ostacolava a queste lâingresso al Teatro alla Scala di Milano.

Sonzogno lavorò con scrupolo a una stagione estremamente ricca di titoli e aperta a novitĂ musicali di compositori italiani e dâoltralpe, tanto da assicurarsi lâinteresse di pubblico e critica. Intanto erano maturi i tempi per la seconda edizione Concorso Sanzogno, che prevedeva di presentare allâapposita commissione unâopera inedita in un atto unico da rappresentarsi nel teatro. Al primo posto venne selezionata Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni. La prima di Cavalleria nella sala del Costanzi era prevista per martedĂŹ 13 maggio sennonchĂŠ, per la superstizione della protagonista Gemma Bellincioni, la data slittò a sabato 17 maggio 1890. Il teatro, essendo la rappresentazione di un compositore allora sconosciuto, era tuttâaltro che gremito, ma un fu un vero trionfo, con numerose chiamate al proscenio per Mascagni, il direttore Leopoldo Mugnone, la Bellincioni e Tito Stagno. Dal 1909, per un breve periodo, Pietro Mascagni è nominato direttore artistico del teatro. Il 14 gennaio del â900 al Costanzi la prima di Tosca, quella sera voci allarmistiche aveva turbato la concentrazione degli artisti. Riporta la brillante penna di Gino Tani che poco prima dellâinizio un uomo sconosciuto si avvicinò al direttore di origine napoletana Leopoldo Mugnone: ÂŤMaestro â disse â qualunque cosa accada lei attacchi subito la marcia realeÂť e il maestro allarmato ÂŤâŚma che dâè. Che succede? E vuoie chi site? Âť e in risposta: ÂŤsono il commissario di pubblica sicurezza ⌠pare che si tratti di un complotto .. si parla di bombeÂť. Re Umberto il 29 luglio di quellâanno sarĂ assassinato a Monza. In sala al Costanzi un pubblico elegantissimo, con eminenti personalitĂ politiche e culturali, presente la stessa regina Margherita che, trattenuta da un pranzo a corte, era giunta in ritardo. Nessun attentato in sala, ma molti fastidi tra il pubblico che entrava a spettacolo iniziato, tanto che per alcuni minuti si dovette sospendere lâesecuzione. Successo tiepido ed il capolavoro di Puccini dovette attendere le repliche per il meritato riconoscimento. La conduzione amministrativa del teatro fu rilevata nel 1907 dall’impresario Walter Mocchi e nel 1908 entra prepotentemente nella vita del teatro la figura di Emma Carelli, non piĂš solo quale acclamata interprete ma, in compagnia del marito Walter Mocchi, abile e ed intelligente organizzatrice. Nel 1912 Emma Carelli viene nominata direttrice e responsabile della nuova Impresa Costanzi e per il teatro iniziava una nuova, brillante pagina, che si sarebbe conclusa nel 1926, con una recita de Il matrimonio segreto di Cimarosa, con la quale la Carelli lasciava lâimpresariato del teatro, ceduto al Governatorato di Roma, che ne aveva acquistato dagli eredi di Domenico Costanzi la maggioranza delle azioni, per trasformarlo in teatro reale, alla stregua delle maggiori capitali europee. Il regime fascista voleva per Roma un grande teatro di rappresentanza e nellâimpossibilitĂ , anche allora per ragioni economiche e organizzative, di provvedere allâedificazione di un nuovo edificio, era stato deciso di fare rinnovare il Costanzi da Marcello Piacentini, uno dei piĂš stimati architetti del momento. Piacentini non avrebbe voluto accettare, avendo presentato un progetto per un nuovo teatro innovativo e non volendo ripiegare su di un lavoro di ristrutturazione, come lui stesso motiverĂ nei suoi Studi per il teatro Massimo di Roma: ÂŤIn Roma Capitale dâItalia, manca il grande Teatro di Stato. Sono celebri i Teatri di Corte o di Stato di altre nazioni (âŚ) Le altre CittĂ dâItalia, giĂ Capitali di Stati, anche piccoli hanno magnifici Teatri (âŚ) In Roma il Costanzi di proprietĂ privata ⌠pur avendo una sala di grandi linee, non risponde alle esigenze estetiche e tecniche di una grande Teatro moderno âŚÂť. Nasceva cosĂŹ il Teatro Reale dellâOpera, con le modifiche volute da Macello Piacentini, che ancora una volta era stato costretto ad imporsi un ulteriore radicale ripensamento delle sue ambizioni, in questa occasione sulla possibilitĂ di trasformazione del Costanzi, del quale aveva previsto una parziale demolizione. Il lavoro comprendeva la costruzione del quarto ordine di palchi che venne, però, realizzato solo nellâestate del â28, aggiunta che era stata prevista nellâoriginale progetto di Sfondrini che, come giĂ detto, vi aveva dovuto rinunciare a causa delle sopraggiunte ristrettezze economiche. Venivano eseguite con maggiore ricchezza le decorazioni in sala e nei locali dâintrattenimento del pubblico. Un grandioso lampadario, realizzato a Murano in cristallo di Boemia, il piĂš grande dâEuropa, dominava ora la sala. Il teatro era arricchito, inoltre, da un nuovo sipario di 80 metri quadrati, tessuto da esperte ricamatrici delle Industri Femminile Italiane con la tecnica degli antichi parati eclesiastici, velario che andò distrutto in un principio dâincendio circa nel 1989. Venne ampliato il palcoscenico, avvalendosi delle capacitĂ di Pericle Ansaldo. Si realizzava la facciata, anche con ulteriori interventi, sia dellâestate del â28 che del â29, fatta avanzare con un portico venutosi a creare su via Viminale, oggi piazzale Beniamino Gigli, dopo la dolorosa demolizione del confinante Casino degli Strozzi.

Il 25 febbraio 1928 il teatro riaprĂŹ con la prova generale del Nerone, seguita due giorni dopo dallâinaugurazione del Reale, con lâopera incompiuta di Arrigo Boito, titolo favorito dal regime fascista perchĂŠ riferito alla storia dellâantica Roma. Impresario di questa prima stagione è Ottavio Scotto, chiamato a sostituire Emma Carelli, che scomparirĂ improvvisamente per un incidente dâauto pochi mesi piĂš tardi, nel maggio del â28. Custodi del turno di notte tramandano di aver visto una signora con cappello e il viso velato, affacciarsi tra le tenebre della sala nel palco dal terzo ordine di palchi (che allâOpera si chiama secondo), proprio quello da cui era solita affacciarsi lâartista, il piĂš vicino al suo ufficio. ScriverĂ Augusto Carelli alcuni anni piĂš tardi ricordando la sorella Emma: ÂŤIl destino ha coinvolto la vita di mia sorella nelle mura e nellâanima sonante del Teatro Costanzi (âŚ) Il Teatro Costanzi è stato sempre lo spasimo e la gioia della sua vitaÂť. I primi cartelloni del Teatro Reale si gonfiano di titoli e a Roma sono presenti per le ricche stagione dellâOpera i principali artisti. Nel 1958/59 si eseguirono nuovi lavori di restauro e consolidamento, sempre su progetto di Marcello Piacentini. Si modifica la facciata e lâanziano architetto ne affida la realizzazione a un assistente. Il risultato non fu dei piĂš felici, tanto che su Il Messaggero del 30 novembre 1959 il cronista espresse la sua piĂš vivace disapprovazione: ÂŤ(âŚ) contentiamoci della brutta architettura che abbiamo potuto realizzare (âŚ) Ognuno ha quel che si merita e Roma non meritava di piڝ.
Nellâattuale periodo di chiusura, a causa della pandemia si è provveduto a lavori di manutenzione e tra i diversi interventi, in vista della riapertura al pubblico che si spera imminente, verranno sostituite le poltrone di platea, che saranno rimpiazzate con delle nuove realizzate su disegno di quelle originali del Reale del 1926, poltroncine singole accostate tra di loro, recuperando una tradizione dâarredo piĂš consona ed elegante.
Nel Lazio i teatri storici che rivestono una certa importanza si trovano a Civitavecchia, Viterbo, Rieti e il piĂš recente, del Novecento, a Latina. Vi sono molte altre sale teatrali, a sud di Roma nei suoi Castelli, in Sabina e un poco ovunque, ricavate in chiese sconsacrate, allâinterno dei monumentali palazzi principeschi, per lo piĂš passati di proprietĂ comunale o derivanti da locali che nascevano quali cinema e dove successivamente venne ricavato un sia pur ridotto palcoscenico; per lo piĂš in uso per la prosa, concerti con organico ridotto e pur sempre luogo dâincontro per la cittadinanza.

A nord di Roma, dâimportanza strategica per il suo porto è la cittĂ di Civitavecchia, nei pressi della villa dellâimperatore Traiano, fondatore della tirrenica Centumcella, dove il principale teatro della cittĂ , nella emancipata coscienza storica che animerĂ lâOttocento italiano, non poteva che essergli dedicato. GiĂ dal 1786 Civitavecchia vantava un teatro interamente in legno, progettato da Ubaldo Minozzi da cui prese il nome, realizzato nella parte centrale e storica della cittĂ . Realizzato nella forma ad U in uso nel XVIII secolo, dotato di 40 palchi posti su tre ordini. Monsignor Vincenzo Annovazzi arcivescovo dâIconio, nella sua Storia di Civitavecchia, câinforma che durante la visita di papa Gregorio XVI il 20 maggio del 1835 furono chiesti al pontefice interventi per migliorare lâaspetto urbano della cittĂ , tra cui lâedificazione di un nuovo teatro. Nellâatto consiliare datato 11 giugno 1838 per la prima volta ci si riferisce al progetto per il nuovo teatro, da realizzarsi in solida muratura dall’architetto Antonio De Rossi.

La sua struttura è quella tipica a ferro di cavallo, con un’ampia platea, quattro ordini di palchi e un grande loggione. Si volle situarlo nel lussuoso quartiere con vista mare di Monte Claire e il Teatro Traiano venne inaugurato il 4 maggio 1844 con Estorgia da Romano di Donizetti, abile travestimento di Lucrezia Borgia, rinominata e modificata al fine di evitare problemi con la censura pontificia e con La vestale di Saverio Mercadante, inoltre due balli. Il vecchio Minozzi venne probabilmente chiuso e destinato allâabbandono, ma non precedentemente al 20 gennaio 1841, quando ospitò Gaetano Donizetti in una delle undici repliche a cura dellâAccademia Filarmonica di Civitavecchia de Lâesule di Roma. CosĂŹ descrive l’Annovazzi il nuovo teatro: ÂŤLa figura di perfetto ferro di cavallo lo rende armonico a sufficienza, e la sua ampiezza è tale da poter contenere mille spettatori; il grande sipario dipinto maestrevolmente ad olio dal chiaro professor Podesti rappresenta uno de’ piĂš belli fatti dell’istorie di Civitavecchia, quando cioè l’imperatore Traiano gettava le fondamenta del porto, ed offeriva sul lido stesso un sacrificio a NettunoÂť.

Per tutto il XIX secolo Il Traiano proseguĂŹ unâintensa attivitĂ e divenne punto di riferimento della vita culturale-politica della cittĂ . Il 2 ottobre 1870 ospitò il plebiscito allâannessione di Civitavecchia al Regno dâItalia. Il teatro fu distrutto quasi completamente il 14 maggio del 1943 dal devastante bombardamento su Civitavecchia dalle forze aeree americane, si salvarono solo la facciata e i locali adiacenti. Fu ricostruito in modo totalmente differente, con una piccola galleria e unâampia sala. Inaugurato nella nuova configurazione nel 1948, fu successivamente adibito a cinema. Chiuso per restauri nel 1978 è stato riaperto dopo ventuno anni di silenzio il 29 maggio del 1999. Il sipario, dipinto dallâanconetano Vincenzo Podesti, fratello del piĂš noto Francesco, membro dell’Accademia di San Luca, salvato dalle distruzioni del conflitto bellico è andato perso nel dopoguerra.


Nellâalto Lazio o Tuscia vi è la cittĂ di Viterbo, la cui principale costruzione teatrale è dovuta allâ unione di un gruppo di cittadini viterbesi che nel 1844 formarono la SocietĂ dei palchettisti e che da questi prende il nome di Teatro Unione o dellâUnione. Considerato oramai inadeguato il precedente Teatro del Genio, per capienza e scarsa connotazione sul tessuto urbano, per soddisfare le rinnovate esigenze ed il grande interesse che i viterbesi nutrivano per lâopera lirica, venne deciso di edificare un nuovo teatro. Scartata lâipotesi di demolire la precedente struttura, la scelta del luogo dove erigerlo ricadde sulla Contrada San Marco. La Deputazione propose, inoltre, che la nuova costruzione dovesse richiamarsi nella forma al celebrato Teatro Argentina di Roma. Il 20 Giugno 1845 fu bandito il concorso per il progetto e lâincarico di valutarne le proposte fu attribuito allâAccademia Nazionale di San Luca, che ne affidò la realizzazione all’architetto Virginio Vespignani, esponente di spicco del tardo classicismo eclettico.

Il Teatro Unione venne edificato con sala a ferro di cavallo e 4 ordini di palchi e fu detto tra i piĂš belli del Lazio. Inaugurato nel 1855 con una stagione lirica che ebbe inizio il 4 agosto per concludersi il 25 settembre, comprendeva lâesecuzione di tre melodrammi e un balletto, tra cui il Viscardello di Giuseppe Verdi, anche in questo caso un espediente per raggirare lâottusa censura del tempo, qui impersonata dal censore artistico pontificio il poeta romanesco Giuseppe Gioachino Belli, per mascherare il messaggio considerato eversivo del Rigoletto di Giuseppe Verdi/Victor Hugo. A causa dei gravi danneggiamenti subiti dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, nella necessitĂ di reperire ingenti somme per la ricostruzione, venne posto fine a quel condominio costituente tra Palchettisti e Comune e dal 9 dicembre 1949, con decreto prefettizio, la proprietĂ passò esclusivamente a comunale. Il teatro fu nuovamente inaugurato nel settembre del 1952. Dopo unâulteriore chiusura di oltre sei anni, dovuta a lavori di ristrutturazione, lâUnione è stato riaperto al pubblico il 13 giugno 2017. Il teatro, oltre a spettacoli operistici e di prosa, ospita il Concorso internazionale di canto intitolato al tenore viterbese Fausto Ricci.

Nel 1923 il territorio di Rieti fu scorporato dall’Umbria ed inserito nel Lazio e nel 1927 venne ricostituita la provincia. Quindi, laziale è da considerarsi il Teatro Vespasiano di Rieti, edificato tra il 1883 e il 1893 da Achille Sfondrini, ben conosciuto nello Stato della Chiesa per aver realizzato il Costanzi di Roma, architetto che per il progetto dellâinterno del Flavio Vespasiano prese come modello il Teatro Verdi che aveva precedentemente realizzato a Padova, non del tutto dissimile dalla sala del Costanzi, sia pure in formato ridotto. Il nuovo teatro veniva a sostituire precedenti strutture, la prima delle quali a Rieti era stato lo spazio organizzato dell’Accademia del Tizzone, i cui locali nello scorrere del tempo si erano dimostrati non piĂš confacenti alle rinnovate esigenze, cosĂŹ che tra il 1765 e il 1768 l’edificio venne demolito e al suo posto edificato il Teatro dei Condomini, una costruzione piĂš ampia, sempre realizzata in legno. Nel passare del tempo anche questo edificio si dimostrò inadeguato, nellâorgoglio cittadino di poter contare su di un teatro di maggiore prestigio che potesse competere con le nuove sale teatrali che si andavano costruendo nel resto degli Stati italiani. Del 1838 è un primo progetto di Luigi Poletti, ma fu l’architetto Vincenzo Ghinelli ad individuarne la collocazione lungo lâattuale via Garibaldi. La bella impresa, come fu definita, non riusciva, però,  a prendere quota se non quando costretti, nel 1883, essendo stati lâanno precedente dichiarati inagibili i teatri lignei, cosĂŹ che si placarono le molte discussioni che avevano tardato di quasi cinquanta anni la realizzazione del nuovo teatro. Il 16 dicembre 1883 fu posta la prima pietra di quello che sarĂ il Flavio Vespasiano, dedicato allâimperatore romano che vantava origini sabine. Anche su questa denominazione si aprirono vivaci controversie, perchĂŠ in molti avrebbero voluto intitolarlo al compositore reatino Giuseppe Ottavio Pitoni alla cui memoria, però, nellâentusiasmo post-risorgimentale, fu rimproverata un’appartenenza troppo clericale. Dopo dieci anni di lavori e ritocchi sotto la direzione dell’architetto Sfondrini, soprattutto a causa del perdurare dei lavori per la decorazione della sala, il teatro fu inaugurato il 20 settembre 1893 con le rappresentazioni di Faust di Charles Gounod e di Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni. Dopo appena cinque anni lâedificio fu danneggiato dal terremoto del 1898, che provocò il crollo della cupola e di parte della facciata. Del 1901 è la nuova cupola con pittura a tempera di Giulio Rolland. Nel corso della Seconda guerra mondiale il teatro ha subito gravi danni a causa dello scavo di un rifugio antiaereo. Restituito alla cittĂ , per diversi anni ha ospitato le attivitĂ del Concorso intitolato al celebre baritono Mattia Battistini, voluto nel 1979 dal direttore dâorchestra Maurizio Rinaldi con il fondamentale apporto dellâattrice e regista Franca Valeri, che tanto si prodigarono con questa iniziativa alla promozione di giovani voci italiane. Si susseguono per il Vespasiano interventi di adeguamento e ripristino che alla fine degli anni novanta ne restituiscono lâoriginario decoro. La sala a ferro di cavallo, che con i restauri effettuati dal 2005 al 2009 ha ritrovato le ottocentesche tonalitĂ crema, si presenta oggi con le sue poltroncine rosse, tre ordini di palchi per un totale di 72 palchetti, loggione e palco reale. L’interno è sovrastato dalla grande cupola, con imponente lampadario che ricorda quello del Reale dellâOpera di Roma. Dal 2019 il sipario storico raffigurante La resa di Gerusalemme a Tito Flavio Vespasiano, dipinto da Antonino Calcagnadoro nel 1910, restaurato dall’Accademia di belle arti dell’Aquila, è nuovamente esposto al pubblico. Il Teatro Flavio Vespasiano è noto, inoltre, per lâottima acustica.

Siamo nel Novecento, nellâoriginaria Littoria, edificata a seguito della Bonifica dellâAgro Pontino, ribattezza in seguito Latina. Nato come Caserma della GioventĂš Italiana il Palazzo della Cultura è lâedificio realizzato nel 1942 su progetto dellâarchitetto Oriolo Frezzotti, di cui fanno parte il Teatro Comunale Gabriele D’Annunzio, il piĂš contenuto Comunale Cafaro e quello che è stato definito un piccolo gioiello: il Teatro dei Mille. Strutture per la cui riapertura e agibilitĂ non sono mancate accese polemiche. Negli anni â90, lâallora sovrintendente del Teatro dellâOpera di Roma Giampaolo Cresci venne interessato al rilancio della struttura, che si risolse con pochi appuntamenti, tra cui un trionfale concerto del soprano Katia Ricciarelli. Riaprire il DâAnnunzio, quale punto di riferimento culturale della cittĂ , deve essere un impegno di tutti, è stato dichiarato e lâaugurio è che possa avvenire al piĂš presto, con una programmazione adeguata.
Vincenzo Grisostomi Travaglini




























