“Il dissoluto non punito”, un’articolo del Maestro Vincenzo Grisostomi Travaglini, pubblicato in “L’Opera International Magazine”, Novembre 2019

Tra tutte le opere di Mozart Don Giovanni è la più sfuggente, al di là di qualsiasi intreccio, sia pure abilmente strutturato da Lorenzo Da Ponte, di trama e d’indefinito.

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Con la nuova produzione del Don Giovanni al Teatro dell’Opera, Graham Vick conclude la proposta romana del trittico Mozart/Da Ponte. Nella sua maturità artistica l’abile manipolatore appare sempre più voler ricondurre il proprio lavoro di regista a concetti personalistici, non sempre pertinenti o improntati al buon gusto. Il suo mestiere di apprezzato uomo di teatro è fuori discussione, ogni scena è di per sé teatralmente ineccepibile, così i rapporti tra i diversi personaggi e nello sviluppo delle situazioni, eppure nell’arco dell’esecuzione: arie, duetti, terzetti, sestetto, ecc.  e gli eloquenti recitativi scivolano via senza raccontarci una storia, senza trasmetterci emozioni. L’unica certezza è la mano sicura del regista a cui, però, sembra non interessare più di tanto il risolvere gli enigmi del dramma per eccellenza, sia giocoso  come indicato nel genere (opera buffa così come la chiama Mozart nel suo catalogo) o tragico nella possanza, bensì Vick si concentra nello sviluppare le sue tesi o idee di eccentricità per lo più gratuita, come nei due finali, anche a costo di rovinare tutte quelle positività che, altrimenti, questa produzione presenterebbe. Spesso invaghito da semplici  citazioni quali l’introduttivo “piova o vento sopportar” di Leporello e piove da un catino, dalla frase di donna Elvira “Io men vado in un ritiro”, così che si presenta suora sin dal suo esordio, ma la considerazione di Elvira è conclusiva e all’inizio è priva di significato, ancora Leporello per l’invito alle “vezzose mascherette!” nel Finale primo dove il registicamente bistrattato Don Ottavio, in mutandoni, pigiama e vestaglia, si camuffa (“maschera”) con il velo monacale di Donna Elvira… forse … ma è quanto lo spettatore evince ! La biancheria intima è protagonista in diverse scene, certamente le allusioni di carattere sessuale nel Don Giovanni non mancano, così che il protagonista del titolo appare prestante con le sole mutande dopo aver concupito Donna Anna, o forse senza averla soddisfatta, giustificandone le lagnanze che fanno accorrere un Commendatore infermo, che si sostiene con un deambulatore , bastonato e infine soffocato dal perfido “dissoluto”. Vick durante l’Ouverture gioca con le parole e così come nel titolo originale imprime su una gigantesca nuvoletta: “Il dissoluto punito” e in una seconda nuvoletta più in basso: “ossia il Don Giovanni”, ovvero invertendo il titolo rispetto all’edizione a stampa; poi al termine dell’opera, sempre su nuvolette, si legge solamente: “punito – Don Giovanni” ed è questo il solo gioco (a parole) degli equivoci, altrimenti ben marcato nel libretto e nella musica. Nessun equivoco nel compiacimento di scena di stupro-mimico musicale del Finale primo con gli ospiti-prigionieri compiacenti nella “sala illuminata e preparata per una gran festa”, con palese masturbazione, violenza, giochi saffici e di tutto un poco; una forzatura che si poteva evitare perché se nella sua esasperazione fa più sorridere che scandalizzare, giustifica l’indignazione di una nutrita parte del pubblico le cui vivaci turbolenze ci giungono dalle cronache della prima recita, attenuate, ma non sopite, nella replica. La scena firmata da Samal Blak è ad impianto unico, con un alberello rinsecchito da un lato, eppure l’impianto nella sua essenziale linearità ha la sua eleganza. Così i costumi di Anna Bonomelli, tutto è riportato al contemporaneo, con generosità di biancheria intima, stracci e abito monacale, ma anche tagli disinvolti e moderni (l’ambiente ben realizzati, in un impasto monocromo di  raffinata realizzazione. Le luci (ed ombre) di Giuseppe Di Iorio sono scarne, avvolte violente, in un disegno ben definito. Don Giovanni e il servo Leporello si vogliono interscambiabili, così come accade spesso in palcoscenico e in locandina, eppure il loro riflettere una stessa immagine dovrebbe essere marcato anche vocalmente e stilisticamente e non solo equivalersi, come nello scambio di persona così tipicamente all’italiana all’inizio del secondo atto, solo perché hanno la stessa taglia di pantaloni. Così si dissolve il superamento dei generi di cui il Don Giovanni mozartiano è esempio mirabile. Il Don Giovanni di Alessio Arduini è visivamente attraente, registicamente convincente, ma nel “Fin ch’han dal vino“, appollaiato su di un ramo striminzito dell’alberello (l’immagine ha il suo fascino) ha il fiato corto e nella successiva Canzonetta “Deh vieni alla finestra” il suo canto è sin troppo intimizzato. Spigliato il Leporello alias Don Giovanni di Vito Priante, però, senza significative sfumature d’espressione, con un Catalogo di scarsa rilevanza, se non quella visiva. Bravi interpreti anche il Masetto di  Emanuele Cordaro e la Zerlina di  Marianne Croux, le loro scene appaiono particolarmente curate e riscuotono la simpatia del pubblico. “Cavernoso” il Commendatore del basso (veramente) profondo di Antonio Di Matteo. Donna Anna e Don Ottavio, rappresentano l’eccellenza della serata, con una bravissima, precisa, vibrante Maria Grazia Schiavo e un emozionante Juan Francisco Gatell, dal “Fuggi, crudele, fuggi“, in ogni loro intervento.

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L’Aria: “l mio tesoro intanto” di Don Ottavio è  un momento di suprema delizia, di grazia e intensità.

Per la Schiavo, con particolare suggestione nel Recitativo accompagnato “Crudele!.. Ah no, mio bene!” con Rondò “Non mi dir, bell’idol mio” con coloriture drammatiche cesellate alla perfezione. La versione scelta all’Opera di Roma è quella di Praga che ci priva con deciso rimpianto dell’Aria di Don Ottavio composta per Vienna: “Dalla sua pace” e ci priva altresì, ma senza particolare dispiacere del Recitativo Accompagnato ed Aria di Donna Elvira nel secondo atto: “In quali eccessi, o Numi – Mi tradì quell’alma ingrata”; Donna Elvira, qui una sin troppo appassionata Salome Jicia, come detto ridicolizzata sin dall’inizio in abito monacale.

Versione di Praga con l’esecuzione del concertato finale. Vick sin dal Duetto “Oh statua gentilissima‘ ha voluto imprimere il suo stile dando rilievo, non tanto al monumento funebre del Commendatore, che è invece intento a scavarmi la fossa con in mano un badile nello stile becchino dell’Amleto, mancava solo il teschio di Yorick, bensì con irriverenza gratuita la gigantografia del volto della Sindone impressa sul fondale. Il travisamento prosegue nel Finale: “Già le mensa è preparata“, Don Giovanni più che di carne di fagiano è ingolosito da un piattone di spaghetti alla Alberto Sordi, con umorismo tutto britannico, ovviamente replicato  dall’ingordo Leporello. All’ingresso, altrimenti spettrale, del Commendatore “Don Giovanni a cenar teco” scende l’immensa mano del Creatore di Adamo, così come nella Cappella Sistina dipinta da Michelangelo. Questa invasione di cartapesta disturba a tal punto da distrarsi da una pur rinvigorita orchestra, altrimenti non più che corretta, ma pur sempre elegante (non è sufficiente) diretta da Jérémie Rhorer. Recitativi accompagnati al fortepiano con poca creatività da Angelo Michele Errico. Il ditone di Dio si spezza, Don Giovanni è risucchiato e non resterebbe che compiangerne la scomparsa, ma Don Giovanni è tutt’altro che svanito, rientrerà  da una porticina alla morale conclusiva: “questo è il fin di chi fa mal” arrampicandosi nuovamente sul ramo prediletto dell’alberello scheletrito. Masetto s’impossessa del mozzicone di dito e lo pone nel basso ventre a modo di satiro arrapato e il tutto termina in un fumettone di dubbio genere.

 

3 ottobre 2019

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“La Traviata” al Teatro dell’Opera di Roma, 28 Febbraio 2018 : il Soprano Maria Grazia Schiavo, imparagonabile Violetta !

Nella cultura francese, “La dame aux camélias” di Alexandre Dumas ci trasporta ai nostri anni di liceo, quando nelle turpitudine dell’adolescenza, la professoressa di letteratura ci leggeva della lenta agonia di questa Signora che, dopo esser stata la “Demi-Mondaine” più apprezzata di Parigi, trova vicina a morte la luce immacolata di una redenzione in un mare di sangue, conseguenza della tubercolosi. Poi, arriva Verdi e per la sua Traviata non si parla più della fanciulla che usava la propria bellezza per attrarre favori e denari di uomini benestanti, ma di una delle opere più amate al mondo, nonostante il tema stridente le norme morali della società occidentale, moralista e giudeocristiana.

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La Dame aux Camélias. (Tchistovsky Lev)

Ovviamente, molte delle mie amiche, anche le più cattoliche e moralmente rigide, mi hanno confessato di adorare La Traviata e mi sono interessato come tutti al destino tragico di Violetta e di Alfredo Germont.

Roma, 28 Febbraio 2018. Parlando con il Maestro Antonio Pergolizzi, ho saputo che una delle mie dive preferite, il soprano Maria Grazia Schiavo, cantava il ruolo di Violetta all’Opera di Roma. Dopo due giorni di ghiaccio e di neve siberiana, il calore di Verdi e della sua musica sarebbe stato la mia consolazione. Salvato al termine della recita da un’inattesa tempesta di neve dal mio carissimo amico, il tenore, Conte Giuseppe Tedeschi (…ma di questa buriana notturna non potevo immaginare quando sono arrivato al Teatro).

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Il Soprano Maria Grazia Schiavo e secondo dalla destra, il mio caro Amico, il tenore, Conte Giuseppe Tedeschi © Yasuko Kageyama / TOR

 

Fortunatamente, con la complicità di una cara Amica, in compagnia del carissimo Maestro Vincenzo Grisostomi Travaglini, il mio mentore in materia di lirica, sono riuscito ad avere un palco di platea, giusto sopra la fossa dell’orchestra, sul lato sinistro. All’inizio di un preludio elegantemente diretto dal Maestro Pietro Rizzo, il sipario si apre su l’interno dell’ “Hôtel Particulier” di Violetta a Parigi. Una “silhouette” femminile avanza scendendo da un ampio scalone, le candele si ravvivano e Lei comincia a cantare…. o dovrei dire a “incantare”; è Lei: Maria Grazia Schiavo.

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“Follie, Follie….” © Yasuko Kageyama / TOR

Bellissima, in un vestito della metà dell’ottocento nero con delle camelie viola nello chignon, il Soprano ci trasporta nella casa voluttuosa, dove Lei stessa si “affida al piacere”. Non solo Maria Grazia ci invita a seguirla in veste di Violetta, ma ognuno di noi si sente un Alfredo Germont, perdutamente innamorato e inesorabilmente attratto verso una tragica fine che vorremmo non imminente. La magia della musica apre il giardino dei nostri ricordi e il famoso Brindisi lascia le nostre anime nell’inganno del tempo di un sorriso, nell’illusione dell’attimo ricreato per mano dell’artista. Maria Grazia rende con perfezione le diverse sfumature della Donna in preda alla gioia, al dubbio, alla disperazione e alla salvezza mistica. Lei sola sa dare a Violetta questa freschezza di una finta innocenza, mentre supplica Germont-padre di accoglierla come una figlia; poi, splendente in un abito scarlatto, riceve con dignitosa fermezza la ferita dei soldi lanciati in faccia dal suo amante furibondo; alfine, nel letto monumentale con baldacchino azzurro, vestita di bianco, avanza verso la morte, fiduciosa e forte per aver ritrovato l’Amore, dopo aver intonato un “Addio” che mi fa tremare della sua malinconica e straziante melodia … e tutt’ora, mentre scrivo queste righe, umile omaggio a una grande Artista della Lirica.

Addio, del passato bei sogni ridenti,

Le rose del volto già son pallenti;

L’amore d’Alfredo pur esso mi manca,

Conforto, sostegno dell’anima stanca

Ah, della traviata sorridi al desio;

A lei, deh, perdona; tu accoglila, o Dio,

Or tutto finì.

Le gioie, i dolori tra poco avran fine,

La tomba ai mortali di tutto è confine!

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Giugno 2017, Teatro dell’Opera, Roma: Dopo la recita, ho l’onore di incontrare Maria Grazia Schiavo, quando cantava il ruolo della Contessa de Folleville: Incantevole !

“Sì, tuona o cielo… Imperversate o turbini…”

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“Sì, tuona o cielo… Imperversate o turbini…” recita Edgardo nel vortice d’emozioni della torre di Wolferag in “Lucia di Lammermoor”…. No! Non è la tempesta annunciata della farsa che alcuni mesi or sono vedeva protagonisti un’Orchestra e un Coro del Teatro dell’Opera che si dicevano licenziati con il “placet” del ministero, da un Campidoglio incompetente e da una sovrintendenza giustizialista … La stagione del Massimo romano si è fatta ed è in corso e la produzione del capolavoro di Donizetti (aprile 2015) ne è uno dei punti di forza. Orchestra e Coro, non più “licenziandi” a dimostrare quel che sembrava non si volesse capire, ovvero che le masse sono il cuore pulsante di un teatro d’Opera, ancor più se Fondazione e questi organismi quando ben guidati possono fare la differenza.

Gaetano Donizetti
Gaetano Donizetti

E così è stato con direttore e concertatore Roberto Abbado e con il maestro del coro Roberto Gabbiani. L’orchestra come non mai sotto la bacchetta dell’elegante, sensibile direttore ha vibrato con intensità espressiva. Tutto era esatto, nei tempi, nelle dinamiche, nelle accurate sfumature espressive; allo stesso tempo attento e partecipe alle esigenze vocali in quella fusione di un dialogo continuo fra palcoscenico e strumentazione dove le emozioni di tanto amore, tradimento e una iniziale oppressione di “ragion di stato”, si alternano scambievolmente in un discorso ricorrente e in un linguaggio, quello donizettiano, che da questo momento in poi segnerà l’evoluzione del melodramma italiano. Il bailamme di un universo tumultuoso accompagna l’alienazione di una mente che ritrova la sua armonia solo nei ricordi di un sentimento negato e il reintegro in orchestra della glassarmonica nella scena della “Pazzia” è stato episodio tra i più mirabili e coinvolgenti. Suggestione appassionante grazie anche all’interpretazione di uno dei due soprani previsti nell’avvicendarsi delle recite romane, il soprano Maria Grazia Schiavo, una giovane cantante che ha percorso le strade del Barocco e di quella che nacque come Nuova Compagnia del Canto Popolare; che di queste esperienze ha fatto scuola per affrontare questo impegnativo ruolo nel quale si è calata con sicurezza, passione e senza mai travalicare quei limiti che da esigenze belcantistiche sono traboccanti d’espressività romantica. Edgardo per eccellenza è il tenore spagnolo José Bros che dalla sua esperienza fa scaturire naturalezza e aderenza al personaggio. Sempre elegante, vocalmente generoso, partecipe.

Il Tenore José Bros col Maestro Vincenzo Grisostomi Travaglini dopo la Generale di "Lucia di Lammermoor", Teatro Costanzi, Roma, 29 Marzo 2015
Il Tenore José Bros col Maestro Vincenzo Grisostomi Travaglini dopo la Generale di “Lucia di Lammermoor”, Teatro dell’Opera di Roma, 29 Marzo 2015

Titolari dei due ruoli protagonistici sono, da citare, il tenore Stefano Secco e il soprano Jessica Pratt di cui hanno avuto modo di parlare le cronache romane. Con loro il baritono Marco Caria che probabilmente avrebbe trovato una ragione del suo personaggio con maggiore attenzione propria o dello staff responsabile di palcoscenico. Questa presentata all’Opera è stata una versione di “Lucia di Lammermoor” che si potrebbe definire filologica se queste termine sempre più non venisse equivocato con una inaridita aderenza al testo originario, bensì lo è stata nello spirito di ricreare musicalmente e nell’ambiente quelle intenzioni di quell’autore e di quel momento culturale che in quanto tale trascende l’epoca. Per rendere questo nella sua compiutezza si deve avere una compagnia adeguata in ogni sua parte e il basso Carlo Cigni (Raimondo) così come il secondo tenore Alessandro Liberatore (Arturo) erano ben lontani da un più coerente discorso d’insieme. Bene il Normanno di Andrea Giovannini. Complesso il ruolo che si è voluto attribuire ad Alisa (Simge Büyükedes) che in quest’opera di “lontananze”, per scelta scenica era una suora indifferente. Questo, dell’indifferenza, era il problema scenico di questa produzione, ovvero quello di un palcoscenico anonimo, grigio, impersonale. L’allestimento era stato affidato al genio di Luca Ronconi che come è noto è venuto a mancare lo scorso febbraio. Il progetto era stato, probabilmente, abbozzato e la realizzazione è stata affidata dopo la sua scomparsa a quello che è lecito pensare fosse il gruppo di lavoro voluto da Ronconi. Il risultato è stato deludente! Neanche un ricordo dell’arte ronconiana in una produzione che ricordava vagamente passati successi del celebre regista, ad esempio i “Dialoghi delle Carmelitane” di Georges Bernanos (1988) con le pareti ed elementi scenici intercambiabili e sarebbero possibili tanti altri riferimenti, relegati ahimè in una nostalgica, involontaria rievocazione avulsa da una qualsiasi attinenza con un progetto legato ad una nuova proposta. Ancora … si vedevano sbarre con dietro coristi in veste d’ “impazienti” in ospedale psichiatrico, ai lati della scena ancora una volta pubblico dell’epoca con costumi che si sarebbero detti di repertorio verdiano e pur sempre tristemente grigi; scenografia inutilmente macchinosa; luci rigidamente monocrome e crepuscolari, nessun intervento significativo che si potrebbe definire registico. Uno spettacolo, in conclusione, contraddittorio dove l’aspetto musicale ha trionfato, a differenza di quello visivo. Ricorderemo Ronconi per ben altri meriti! Per l’Opera di Roma il futuro è sempre nella speranza …

Vincenzo Grisostomi Travaglini

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