






























Un filo sottile unisce l’antico Egitto con le coste dell’Asia Minore, così che il remoto porto di Aspendos, nell’attuale Turchia, era meta di attracco delle navi all’epoca dei Tolomei. Certamente Aida di Giuseppe Verdi, in cartellone al 26esimo Festival Internazionale di Aspendos, non prende spunto dalla mitica Cleopatra, ultima della dinastia tolemaica, tanto meno l’egizio Radamès è riconducibile al romano Giulio Cesare o al generale Marco Antonio, come qualche sprovveduto turista/spettatore avrebbe voluto immaginare, eppure nella nuova produzione di Aida appositamente realizzata per l’Antico Teatro greco-romano di Aspendos, s’intravede l’impronta del passato. Se nella seconda metà dell’Ottocento l’archeologo francese Auguste Mariette volle ricondurre la sua storia ben mille anni prima della Nuova Era, ai tempi della XVIII dinastia egizia, ispirandosi a Hachepsuth, Nefertiti e forse anche a Ramses II, vicenda da cui prenderà spunto Giuseppe Verdi per il suo lavoro, ebbene in questa Aida ad Aspendos a cura dell’Opera e Balletto di Stato di Antalya, vi è la consapevolezza di un’appartenenza del tutto propria, di tradizioni e ritualità anatoliche. Le scene e i costumi si confanno a memorie antiche, proprie di un territorio che guardando all’Egitto mantiene salde a tutt’oggi le proprie radici. L’impianto scenico è all’apparenza tradizionale, ma nella sua realizzazione sembra voler riproporre la celebre frase di Verdi: “torniamo all’antico, sarà un progresso”. Non solo … se le figure impresse nella scenografia, colonnati grandiosi e costumi dalle tinte di sapore medio-orientale, ci riportano al fastoso passato di congiunzione tra Oriente e Occidente, vi è visibilmente trasmesso anche quel simbolismo che nella sua ritualità si ricongiunge, idealmente, con l’Egitto di Mozart/Schikaneder ne Die Zauberflöte. Scene di Özgür Usta, costumi di Savaş Camgöz e Gürcan Kubilay.
Direttore Fabrizio Maria Carminati che della partitura di Aida ha esaltato le pagine di magniloquente spettacolarità, per nulla sacrificando, con raffinata minuzia, l’interiorizzazione di ogni ogni singolo personaggio, nella sfida irrealizzabile dell’uomo con un destino inesorabile. Un percorso omogeneo, di una visione condivisa tra podio e palcoscenico, regia di Vincenzo Grisostomi Travaglini. Ricerca storica di Sisowath Ravivaddhana Monipong. Disegno luci di Giovanni Pirandello. Di grande suggestione il fuoco sacro che si sprigiona dal remoto pertugio del tempio, da dove Ramfis in ripetitivo ternario segna la condanna a morte di Radamès, nel reiterato conflitto tra potere temporale e spirituale.
Nel ruolo del titolo il soprano russo Anna Nechaeva di solido impatto in un ruolo del quale ha certezza, di timbratura scura e suggestiva, con spiccato senso scenico; nella replica la debuttante Francesca Tiburzi. Radamès è il tenore turco Murat Karahan, dopo i consensi areniani, qui si conferma dalla voce ferma e squillante, ha riscosso un personale, vibrante successo; nella seconda recita Efe Kışlalı. Ancora dalla Russia, ma con una sensibilità tutta italica, l’Amneris di Anastasia Boldyreva, principesca nella sua arroganza, disperata nel suo sentimento di donna, cinicamente disumanizzata nel conclusivo: “Pace t’imploro … “.

Dall’espressione tonante e autorevole presenza l’imperioso Amonasro di Eralp Kıyıcı. La marcata voce di basso, d’innnata autorevolezza ha delineato l’interpretazione di Safak Guç, quale Ramfis. Completano la compagnia: Ozgur Savas Gencturk, il Re, Nihan Inan e nella replica Ceyda Maral, Sacerdotessa, Emrah Sòzer Un Messagero. Coro dell’Opera di Antalya e dell’Opera di Ankara, maestri, rispettivamente, Mahir Seyrek e Giampaolo Vassella. Corpo di ballo e ballo bambini (Moretti) dell’Opera e Balletto di Antalya, coreografo Armağan Davran.
La prima serata è stata trasmessa in diretta nazionale su TR2, il secondo canale della Televisione di Stato Turca, dedicato a notiziari ed eventi culturali.
La produzione di Aida ha trovato la sua collicazione ideale all’interno dell’Antico Teatro di Aspendos, eppure a quasi un mese di distanza ha saputo “rigenerarsi” in ben altra situazione in una serata di “gala” nel contemporaneo edificio del Congresuim di Ankara, capace di oltre tremila posti, a cura dell’Opera e Balletto di Stato di Ankara. Di base l’allestimento è lo stesso di Aspendos,eppure con sostanziali modifiche a conferma che non esistono recite, una eguale all’altra, ma bensì la capacità di rinnovarsi nell’aderenza a un concetto, più che a una pura estetica. Nel ruolo di Radamès s’impone e si conferma Murat Karahan, cosi come Eralp Kiyici, Amonasro, e il basso Safak Guç, Ramfis. Per Aida il debutto nel ruolo del soprano Feryal Türkoğlu che cesella il personaggio con raffinatezza e precisione. Amneris è la convincente e appassionata Ezgi Karakaya; Erdem Baydar, il Re, Cem Akyuz, il Messaggero e Nihan Inan, Sacerdotessa. Direttore d’orchestra il giovane e già affermato Can Okan al suo debutto nel titolo; maestro del coro Giampaolo Vessella. Significativa la presenza dell’eccellente Corpo di ballo e per i Moretti della Scuola dell’Opera e Balletto di Stato di Ankara con coreografie di Sergei Terechenko. Prevista inizialmente una sola recita al Congresium, vi si replica per soddisfare le molte richieste di pubblico, oltre la capienza della grande sala.
Photo credits: Yusuf Emre Turan & Sisowath Ravivaddhana Monipong







The Istanbul State Opera and Ballet opened the XXVIth edition of Aspendos Opera International Festival on 1st September 2019 wth a new production of French masterpiece “Carmen” of Georges Bizet, under the direction of Maestro Vincenzo Grisostomi Travaglini.

With the help of set designer Zeki Sarayoğlu, who created on purpose an inspiring view of a “plaza” in Seville, the somptuous costumes of Ayşegül Alev and Gizem Betil, the Italian director has set up a dynamic and very rich staging to offer us a very special re-visitation of the myth of Carmen.

The exceptional participation of the first dancers of the Istanbul State Ballet, with a special choreography by Maestro Ayşem Sunal Savaşkurt has given to this production a touch of glamour and elegance which has definitely convinced the international audience of Aspendos Festival.

The Antalya Orchestra was put under the direction of young and talented Bulgarian Conductor, Zdravko Lazarov, who casts a spell on the audience with his lightness and subtle way of rendering the difficult scores of Bizet into a very delightful and personal expression.

The cast gathered the best artists of Istanbul Opera together with guest singers, whose beauty and charms were as fascinating as their ability to act and sing at the utmost level. Yulia Mazurova interpreted Carmen with such powerful sensuality and wild carnal appetite, whereas Anastasia Boldyreva offered us a more rebel image of the gypsy lady, a mysterious witch with a clear feeling of superiority towards her poor male victims.

Don José was well served by both Efe Kislali and Ali Murat Erengül in two different but always elegant and emotioning interpretations. The rest of the cast was absolutely at the same level of participation and enthusiasm, which is a clear sign of optimism for the future of lyric art in Turkey.

Micaela, sober and romantic as ever, by both Bilge Yılmaz and Gülbin Günai and a spontaneous and youthful Escamillo by Murat Güney. The rest of the cast, Anna Sirel Yakupoğlu (Frasquita) ed Elif Tuba Tekışık (Mércèdes); Alp Köksal (Le Dancaïre) e Onur Turan (Le Remendado); Göktuğ Alpaşar (Zuniga) e Utku Bayburt (Moralés): all tremendously beautiful and gifted either for singing, acting or dancing.

The choir was magistrally directed by Maestro Paolo Villa from Istanbul, having included some elements of Antalya Opera Choir, who studied under the direction of Maestro Mahir Seyrek.

A special mention for the lovely children of the choir of the Antalya Opera, precise and so cute, under the direction of Maestro Sinem S. Baddal.

Last but not least, the fabulous lighting design by Giovanni Pirandello, who expressed with colourful and intense brightness the passionate states of mind through which Carmen led us soflty and swiftly towards the tragic end, announced since the beginning with the theme of fate, so dear to Bizet’s heart.

































































MADAMA BUTTERFLY
TEATRO ALFONSO RENDANO, COSENZA
19 dicembre 2014

Il Teatro Rendano è un teatro di tradizione molto rinomato in Italia, che si trova nel cuore del Centro Storico di Cosenza in Calabria. Una regione, la Calabria, che è legata in qualche modo alla nostra Famiglia, alla dinastia Khmer, perché qui si volle fermare il mio antenato, il Re Sisowath in viaggio dalla Cambogia per Marsiglia, in occasione dell’Esposizione Coloniale del 1906. Era questa l’opportunità per presentare in Europa il Balletto Reale di Cambogia che si esibì in Francia, per la prima volta in Occidente. Come sappiamo, tra gli spettatori a Marsiglia vi era Giacomo Puccini che al pari di tanti altri artisti presenti, rimase impressionato da questa arte, musica e danza, dalla ritualità sacrale di una gestualità simbolica, sempre in melodica armonia. Ebbene, assistendo al Rendano di Cosenza alle prove di regia e musicali del così detto “duetto dei fiori” della “Madama Butterfly” ho ritrovato molto della nostra cultura, nello spargere dei petali di fiore, nel dilatarsi dell’attesa e nella speranza di un amore che si rivelerà fatale! Il mio antenato, fermandosi per un solo giorno, anzi poche ore, in terra di Calabria, ne rimase talmente affascinato che quando gli fu comunicato della distruzione causata del terremoto di Messina, volle contribuire generosamente alla ricostruzione di tanta rovina.

Veniamo al mio viaggio a Cosenza! La sera dello scorso 19 dicembre al Teatro Rendano, Direzione Artistica Lorenzo Parisi, è andata in scena proprio “Madama Butterfly” di Giacomo Puccini, sotto la direzione musicale di Alberto Hold-Garrido e con la regia del Marchese Vincenzo Grisostomi Travaglini de Fonseca. Nel ruolo di Cio-Cio-San, la luminosa e bellissima Cinzia Forte che ha incantato il pubblico con la sua interpretazione sensibile, piena di grazia e di riferimenti ad una tradizione orientale genuina. I ruoli di Suzuki, Sharpless, Pinkerton e Goro erano stati affidati ai vincitori del Concorso Internazionale per cantanti lirici “Maria Quintieri”, assegnati nell’ordine a Sunghee Shin, Valdis Jansons, Angelo Fiore e Nao Mashio. Questi hanno regalato con la loro freschezza e con il loro talento i rispettivi personaggi, sempre al servizio di un’opera molto difficile e piena di sfumature musicali. Gli altri solisti sono stati scelti con cura e devo confessare che almeno per quanto riguarda i ruoli di Kate Pinkerton (Annalisa Sprovieri), del Principe Yamadori (Antonio Barbagallo) e dello Zio Bonzo (Manrico Signorini), la bellezza dei cantanti era paragonabile alla loro abilità a sostenere il proprio ruolo, cioè alla perfezione !

Il Maestro Alberto Hold-Garrido, arrivato appositamente dalla Scandinavia per dirigere l’orchestra del Teatro Rendano, si è trovato di fronte ad una situazione molto particolare di un complesso orchestrale nel suo insieme ancora “giovane”, che si cimentava con un lavoro complesso, ma grazie alla sua abilità ed esperienza e al suo senso del teatro in musica il Maestro concertatore e direttore è riuscito ad amalgamare il tutto scavalcando le contingenze di un arco temporale troppo breve, che avrebbe richiesto maggiore attenzione nella composizione di un organico così come previsto dalla partitura. Risultato alfine meritevole, sempre al servizio della musica del Grande Puccini e della fama del Rendano di Cosenza. Il Coro “Francesco Cilea” veniva da Reggio Calabria, mi dicono molto conosciuto e avuto modo di apprezzarne la dedizione e musicalità, sotto la direzione di Bruno Tirotta.

Le scene magnifiche di Tiziana Fiorillo evocavano una casa tradizionale giapponese con un ponticello, adornato di un portico alla “moda di Kyoto” dal quale Cio-Cio-San vedrà la nave di Pinkerton tornare a Nagasaki, dopo tre anni di assenza. I costumi sontuosi di Fabrizio Onali ed Otello Camponeschi hanno rapito lo spettatore in un universo di seta colorata, di ricami e di tessuti preziosi, provenienti della lontana Asia.

Ho avuto la fortuna di poter partecipare all’ultima settimana di prova con il Maestro Vincenzo Grisostomi Travaglini e del suo “Magic Team”: Giovanni Pirandello per le luci, incantevoli ed affascinanti come sempre, e l’assistente regista, efficace e discreto, Francesco Liuzi, sotto lo sguardo sempre benevolente di Luigia Pastore Fiorentino, Direttore Amministrativo del Teatro Rendano, ma soprattutto un’amica con un cuore generoso e fedele, mai rinnegato. Con noi, sempre attenta e partecipe, una squadra di giovani figuranti volontari adorabili (posso citare Salvatore Sposato, Matteo Coschignano, Andrea Carbone, Tommaso Caruso e tanti altri..) che si sono dimostrati all’altezza delle esigenze di una regia rigorosa e dinamica.

Per terminare, lascio la parola al regista, Vincenzo Grisostomi Travaglini de Fonseca, che ha firmato una “Butterfly” sublime di maestà e di riferimenti all’Oriente, cosi caro al cuore di Giacomo Puccini:
«Si parla spesso di innovazione, di prodotti “personalizzati” ma a volte si abusa di questi termini, nel senso che l’opera lirica è una forma d’arte del tutto particolare rispetto alle altre. È l’unica ad aver bisogno, per essere fruita dal pubblico, di una mediazione, che è quella incarnata da tutti gli interpreti, dal direttore d’orchestra, dal regista, i solisti, l’orchestra, il coro e tutto il personale che vi lavora. Tutto questo è già un’attualizzazione di per sé, perché cogliere gli umori, le sensibilità che stanno dietro a una qualsiasi iniziativa, gesto, sguardo o canto che sia, fa sì che ogni produzione sia a sé stante, diversa, attuale. Certamente, c’è poi la parte del regista, che lavora sempre in stretta collaborazione con il direttore d’orchestra, un’impronta che deve nascere all’interno di quella che è stata a sua volta la genesi dell’opera, per comprendere tutto quello che ci può essere dietro, alla base e alla fonte di ciò che ha contribuito ad accendere in Puccini quella scintilla emotiva che per lui era essenziale, per creare e comporre. La “Butterfly” è in qualche modo un dipinto musicale allineato con le esperienze di tutti quei compositori come Ravel, Debussy, Saint Saens e Puccini stesso, attratti dagli echi dell’Oriente. Di questo orientalismo Puccini si interessò e si informò in maniera precisissima, determinando l’accensione della sua poetica nei confronti di un amore impossibile e ideale e che, dopo essere stato cercato, per colpa di incompatibilità e di disattenzione da parte di qualcuno, si perde. E questa frattura la trasferisce nel rapporto Occidente-Oriente, nell’orchestra così come nel libretto e nell’insieme, quindi, nell’interpretazione».

N.B. Molte foto sono dell’amica Iole Brogno che ringrazio con amichevole affetto.