Coronation of His Majesty King Norodom Suramarit and of Her Majesty Queen Sisowath Kossamak Nearirath Serey Vatthana, Phnom Penh 6th March 1956

 

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His Majesty King Norodom Suramarit and Her Majesty Queen Sisowath Kossamak Nearirath Serey Vatthana

Article published in “Jours de France”, week of 17 to 24 March 1956

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From left to right, HM King Norodom Sihanouk, HRH Prince Sisowath Monireth, HRH Prince Sisowath Monipong, HE Penn Nouth, HE Leng Nget, HE Sam Sary

 

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Alla Scala trionfa la musica

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Il Teatro alla Scala ritrova una sua identità con la “prima” della verdiana “Giovanna d’Arco” e grazie all’incisiva presenza sul podio di Riccardo Chailly, recentemente nominato Direttore Principale del Massimo milanese (dal 2017 ne sarà Direttore Musicale). Una compagnia di canto d’eccezione, una prova di livello superlativo di orchestra e coro.

Riccardo Chailly sul podio del Teatro alla Scala (foto ANSA)
Riccardo Chailly sul podio del Teatro alla Scala (foto ANSA)

Da anni la Scala sembrava artisticamente accodata ad un “globalismo” europeo, dallo stampo ( … forse sin troppo …) personalistico di Stéphane Lissner; piegata da una commercializzazione strumentale del pur stimato musicista Daniel Barenboim. La Scala non ha bisogno d’inseguire mode effimere e ritrova oggi nel suo tessuto storico-musicale e grazie al maestro Chailly la sua più genuina ragione d’essere. Riproporre a distanza di un secolo e mezzo nella sala del Piermarini la “Giovanna d’Arco” è operazione lodevole, di restituire ad un più vasto pubblico il lavoro meno conosciuto di Giuseppe Verdi, all’epoca giovane compositore inebriato dal successo di “Nabucco” e nell’entusiasmo compositivo de “I Lombardi alla Prima Crociata”. Erano anni di fervente patriottismo e la musica di Verdi quale nessun altra si fece testimone di tanta passione, partecipazione ed entusiasmo. Inutile la diatriba di stampo tutto musicologico  tra un Verdi minore, degli anni così detti “di galera” come li definirà egli stesso, ovvero di un periodo d’incessante ed esasperante lavoro in cui produrrà dieci opere in cinque anni e il Verdi dei capolavori più noti e rappresentati. Essenziale per un teatro d’Opera qual’è la Scala è la qualità della proposta.

Così che si è potuta appieno apprezzare, nella musica di “Giovanna d’Arco”, quella necessità continua di comporre del giovane Verdi che musicalmente si traduce in un ritmo estremamente serrato, in una urgenza espressiva. In piena atmosfera romantica e sempre attento a quanto in letteratura si esprimeva in Europa il compositore si rivolse alla drammaturgia di Schiller e se all’epoca, alla mancanza nella trama di una più reale visione storica dei fatti, si accentrarono le critiche, oggi si sarebbe sperato a che tanta possanza musicale, rispondesse una visione scenica di meno intriso ideologismo professionistico.

Anna Netrebko (foto ANSA)
Giovanna d’Arco – Anna Netrebko (foto ANSA)

Moshe Leiser e Patrice Caurier hanno guidato registicamente con mano sicura la realizzazione di questa produzione, reinventandosi la vicenda e confinandola ad un sogno, un poco “folle”, dove tutto si svolge in una stanza che si anima in ogni sorta di allucinazione: siano diavoli o angeli, in deliri mistici, battaglie cruente e cavalli da parata. Tutto costruito con grande cura e perizia del particolare, ma come risulta indubitabile nella realizzazione musicale e forse ne avrebbe siglato la “novità, la realizzazione scenica avrebbe trovato giovamento da una meno compiaciuta lettura del testo; che la regia fosse stata pensata con diversa creatività, nella consapevolezza di quel libretto, senza forzature inutili che portano, al contrario, ad una banale ripetizione di uno stereotipo di rilettura già visto e stravisto. Questo non deve segnare un limite, bensì un nuovo punto di partenza che nello stesso concetto di spettacolo rifugga dall’ossessività della solita stanza, così come nelle scene di Christian Fenouillat e costumi impersonali di Agostino Cavalca, spazio sia pur popolato e animato da coloriti folletti e da sottintesi evocativi. Nello sfavillio di proiezioni e di luci magistralmente realizzate da Christophe Forey, passa in secondo ordine il lodevole lavoro di proporre la “Giovanna d’Arco” nel testo originale, precedente ai tagli e distorsioni imposti dalla censura asburgica.

Nel solco della musica, protagonista indiscussa della serata la compagnia di canto, non solo per l’egregia partecipazione del soprano Anna Netrebko e del tenore Francesco Meli, ma anche perché questi solisti hanno dato la prova di come oggi si debba affrontare la vocalità di un’opera lirica, di come se ne possa dare un’impronta personale, moderna e allo stesso tempo rigorosa, senza nessun compiacimento stilistico, una linea di canto per entrambi nobile e coinvolgente.

Giovanna d'Arco - Francesco Mei e Anna Netrebko (foto ANSA) 2
Giovanna d’Arco – Francesco Mei e Anna Netrebko (foto ANSA)

Anna Netrebko è un’ ideale “Vergine d’Orléans”, dalla tessitura estesa in una tavolozza di colori quanto mai varia, elegante e appassionata; sottolineando consapevolmente tutti quei passaggi, quelle espressioni che troveranno una più matura riflessione nelle opere successive di Verdi, come per il devastante conflitto con un padre baritono. Ruolo quest’ultimo, di Giacomo, sostenuto con decoro dal baritono Devid Cecconi, in sostituzione di Carlos Alvarez, indisposto.

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Coro del Teatro alla Scala, Francesco Meli (foto ANSA)

Francesco Meli ha impersonato Carlo VII di Francia con freschezza evocativa dei grandi ruoli verdiani, che si celano in ogni passaggio musicale, sfumatura interpretativa. Riflessione e generosità espressiva affidata al tenore e da lì a poco a quello che sarà il baritono verdiano, come ad esempio nella prima versione di “Macbeth”, nel tormento del potere. Solitudine in “Giovanna d’Arco” che perseguita il Re di Francia sin dall’iniziale “Testé prostrato a terra … “Sotto una quercia parvemi …”, con Carlo VII disteso a terra, straziato, qui registicamente efficace, da ombre di spettri shakespeariani. Fantasmi, paure evocate dal coro che ha dato superba prova, sempre puntuale, impeccabile, consapevole di un ruolo principale. Completa la compagnia di canto il basso Dmitry Beloselski (Talbot).

++ Scala: otto minuti di applausi per Giovanna d'Arco ++
Applausi per Anna Netrebko, Francesco Meli, Devid Cecconi (foto ANSA)

Tanti, tantissimi incondizionati applausi per gl’interpreti tutti; trionfo beneagurante per Riccardo Chailly e per il suo impegnativo lavoro alla Scala.

 

 

Vincenzo Grisostomi Travaglini

SA MAJESTE LE ROI DU CAMBODGE NORODOM SIHAMONI A LA CEREMONIE D’OUVERTURE DE LA COP21

Aujourd’hui lundi 30 novembre 2015 s’est tenue à Paris l’Ouverture solennelle de la COP21 où 150 Chefs d’Etat et de Gouvernement se sont rendus à l’invitation de Monsieur François Hollande, Président de la République Française.

Notre Souverain Vénéré, Sa Majesté Preah Bat Samdech Preah Boromneath le Roi Norodom Sihamoni a pris la parole à 17h30.

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Le Roi Sihamoni, dans un Français impeccable, a présenté Ses plus sincères condoléances au Peuple de France, meurtri par la douleur des morts dûs aux attentats du 13 novembre dernier en région parisienne.

Le Souverain a rappelé que la problématique découlant des changements climatiques demeure le défi majeur de notre temps, impactant très considérablement l’agriculture, la sécurité alimentaire et l’accès à l’eau notamment. L’achèvement des 17 objectifs préconisés par la dernière Assemblée Générale des Nations Unies est désormais compromis.

Au Cambodge, rien qu’en 2013, la sécheresse a causé une chute de 2% du PIB en mettant dans des situations dramatiques plus de 380 000 foyers dans 20 des 25 provinces du Royaume.

Le Principe d’Equité doit être au coeur des négociations de la COP21.

Le Roi Sihamoni a rappelé que “Sortir de cette impasse est de notre responsabilité en tant que dirigeants”. La COP21 doit aboutir à un accord historique sur la réduction de l’émission des gaz à effets de serre dont 20 années de recherche et de preuves rassemblées ont démontré l’urgence de leur diminution.

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Le Monarque a terminé son allocution en invitant les participants à se laisser aller à “l’impulsion audacieuse” qui leur permettra de sauver la Planète.

Cena cambogiana al Kursaal di Lucio Sestili ad Ascoli Piceno o la gioia di condividere musica e cibo reale con i miei amici Marchigiani

Resto del Carlino copia

Corriere Adriatico copia

messaggero copia

     Vorrei ringraziare calorosamente tutti i miei amici del Kursaal per la loro gioiosa collaborazione, uno staff con il quale mi sono sentito in “famiglia”, cosī come nelle cucine del Palazzo e così come per lungo tempo in Francia, dove al limite del giardino della nostra casa era segnato il confine ideale tra un mondo esterno e la partecipazione e il calore delle nostre tradizioni più care. Musica, canto e cucina con i sapori di Cambogia, un’arte che abbiamo ieri sera condiviso nel segno della più genuina ospitalità Marchigiana. Sara e Simona, Riccardo e con loro la deliziosa, competente e petulante Rita, Monica in una sua rinnovata esperienza nella cucina asiatica, l’affascinante Grazia e la forza tranquilla e sempre sorridente di Philip. Cosa chiedere di più, caro Lucio, sempre attento e misericordioso nell’esaudire ogni desiderio… Ed il nostro desiderio, di Vincenzo e mio, è di ritrovarci presto insieme, nella “generosa” Famiglia del Kursaal, con immutato affetto. Magari, perché no … allietati dalla promessa di una succulenta anatra in umido e buon vino.

http://www.fotospot.it/2015/10/22/50413/a-cena-con-il-principe-ravi/

I Lombardi allo Sferisterio di Macerata nel 2010 : Ricordo di una serata magica !

Articolo di Alessio Ruta nel Corriere dell'Adriatico del 2 Agosto 2010
Articolo di Alessio Ruta nel Corriere dell’Adriatico del 2 Agosto 2010

New Video! – La Spiritualità in Cambogia – Trailer

maxturci's avatarBreakfast with Max

Trailer della nostra prossima produzione per Rahma Prod.

Nella Cambogia non vi è nussuna differenza fra vita spirituale e vita materiale. Ciò ne fa un luogo propizio per parlare du quella spiritualità che si presenta in modo differente secondo li paese e gli usi e costumi locali, ma che presenta una similarità in ogni luogo: la spiritualità aiuta l’individuo a rivenire al centro di se stesso e di riunirsi al divino.

SA il Principe Sisowath Ravivaddhana Monipong
Massimiliano Turci Produttori
Massimiliano Turci Camera, montaggio, regista
Vincenzo Grisostomi Travaglini messa in scena, regia

©Rahma Prod

Ringrazamenti:

SAR la Principessa Samdech Reach Botrei Preah Ream Norodom Boppha Devi
SAR la Principessa Samdech Sisowath Pongneary Monipong
SA il Principe Tesso Sisowath
SA la Principessa Chansita Sisowath

Agenzia di viaggio All Dreams Cambodia
Jacques Guichandut
Darith Nhieim
Rithy Panh
Fabienne Luco
Hotel Samsara Villa Phnom Penh e collaboratori
Lok Kru Proeung Chhieng (RUFA)

Neak…

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“Sì, tuona o cielo… Imperversate o turbini…”

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“Sì, tuona o cielo… Imperversate o turbini…” recita Edgardo nel vortice d’emozioni della torre di Wolferag in “Lucia di Lammermoor”…. No! Non è la tempesta annunciata della farsa che alcuni mesi or sono vedeva protagonisti un’Orchestra e un Coro del Teatro dell’Opera che si dicevano licenziati con il “placet” del ministero, da un Campidoglio incompetente e da una sovrintendenza giustizialista … La stagione del Massimo romano si è fatta ed è in corso e la produzione del capolavoro di Donizetti (aprile 2015) ne è uno dei punti di forza. Orchestra e Coro, non più “licenziandi” a dimostrare quel che sembrava non si volesse capire, ovvero che le masse sono il cuore pulsante di un teatro d’Opera, ancor più se Fondazione e questi organismi quando ben guidati possono fare la differenza.

Gaetano Donizetti
Gaetano Donizetti

E così è stato con direttore e concertatore Roberto Abbado e con il maestro del coro Roberto Gabbiani. L’orchestra come non mai sotto la bacchetta dell’elegante, sensibile direttore ha vibrato con intensità espressiva. Tutto era esatto, nei tempi, nelle dinamiche, nelle accurate sfumature espressive; allo stesso tempo attento e partecipe alle esigenze vocali in quella fusione di un dialogo continuo fra palcoscenico e strumentazione dove le emozioni di tanto amore, tradimento e una iniziale oppressione di “ragion di stato”, si alternano scambievolmente in un discorso ricorrente e in un linguaggio, quello donizettiano, che da questo momento in poi segnerà l’evoluzione del melodramma italiano. Il bailamme di un universo tumultuoso accompagna l’alienazione di una mente che ritrova la sua armonia solo nei ricordi di un sentimento negato e il reintegro in orchestra della glassarmonica nella scena della “Pazzia” è stato episodio tra i più mirabili e coinvolgenti. Suggestione appassionante grazie anche all’interpretazione di uno dei due soprani previsti nell’avvicendarsi delle recite romane, il soprano Maria Grazia Schiavo, una giovane cantante che ha percorso le strade del Barocco e di quella che nacque come Nuova Compagnia del Canto Popolare; che di queste esperienze ha fatto scuola per affrontare questo impegnativo ruolo nel quale si è calata con sicurezza, passione e senza mai travalicare quei limiti che da esigenze belcantistiche sono traboccanti d’espressività romantica. Edgardo per eccellenza è il tenore spagnolo José Bros che dalla sua esperienza fa scaturire naturalezza e aderenza al personaggio. Sempre elegante, vocalmente generoso, partecipe.

Il Tenore José Bros col Maestro Vincenzo Grisostomi Travaglini dopo la Generale di "Lucia di Lammermoor", Teatro Costanzi, Roma, 29 Marzo 2015
Il Tenore José Bros col Maestro Vincenzo Grisostomi Travaglini dopo la Generale di “Lucia di Lammermoor”, Teatro dell’Opera di Roma, 29 Marzo 2015

Titolari dei due ruoli protagonistici sono, da citare, il tenore Stefano Secco e il soprano Jessica Pratt di cui hanno avuto modo di parlare le cronache romane. Con loro il baritono Marco Caria che probabilmente avrebbe trovato una ragione del suo personaggio con maggiore attenzione propria o dello staff responsabile di palcoscenico. Questa presentata all’Opera è stata una versione di “Lucia di Lammermoor” che si potrebbe definire filologica se queste termine sempre più non venisse equivocato con una inaridita aderenza al testo originario, bensì lo è stata nello spirito di ricreare musicalmente e nell’ambiente quelle intenzioni di quell’autore e di quel momento culturale che in quanto tale trascende l’epoca. Per rendere questo nella sua compiutezza si deve avere una compagnia adeguata in ogni sua parte e il basso Carlo Cigni (Raimondo) così come il secondo tenore Alessandro Liberatore (Arturo) erano ben lontani da un più coerente discorso d’insieme. Bene il Normanno di Andrea Giovannini. Complesso il ruolo che si è voluto attribuire ad Alisa (Simge Büyükedes) che in quest’opera di “lontananze”, per scelta scenica era una suora indifferente. Questo, dell’indifferenza, era il problema scenico di questa produzione, ovvero quello di un palcoscenico anonimo, grigio, impersonale. L’allestimento era stato affidato al genio di Luca Ronconi che come è noto è venuto a mancare lo scorso febbraio. Il progetto era stato, probabilmente, abbozzato e la realizzazione è stata affidata dopo la sua scomparsa a quello che è lecito pensare fosse il gruppo di lavoro voluto da Ronconi. Il risultato è stato deludente! Neanche un ricordo dell’arte ronconiana in una produzione che ricordava vagamente passati successi del celebre regista, ad esempio i “Dialoghi delle Carmelitane” di Georges Bernanos (1988) con le pareti ed elementi scenici intercambiabili e sarebbero possibili tanti altri riferimenti, relegati ahimè in una nostalgica, involontaria rievocazione avulsa da una qualsiasi attinenza con un progetto legato ad una nuova proposta. Ancora … si vedevano sbarre con dietro coristi in veste d’ “impazienti” in ospedale psichiatrico, ai lati della scena ancora una volta pubblico dell’epoca con costumi che si sarebbero detti di repertorio verdiano e pur sempre tristemente grigi; scenografia inutilmente macchinosa; luci rigidamente monocrome e crepuscolari, nessun intervento significativo che si potrebbe definire registico. Uno spettacolo, in conclusione, contraddittorio dove l’aspetto musicale ha trionfato, a differenza di quello visivo. Ricorderemo Ronconi per ben altri meriti! Per l’Opera di Roma il futuro è sempre nella speranza …

Vincenzo Grisostomi Travaglini

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July 1964: HRH Princess Norodom Buppha Devi and Bruno Forsinetti’s fairy tale love story related in an Italian magazine

General de Gaulle and his wife, together with Ms. Pompidou, greeting HRH Samdech Preah Apyuvareach Norodom Sihanouk and his eldest daughter, HRH Princess Norodom Buppha Devi at Opera Garnier, July 1964
General de Gaulle and his wife, together with Ms. Pompidou, greeting HRH Samdech Preah Apyuvareach Norodom Sihanouk and his eldest daughter, HRH Princess Norodom Buppha Devi at Opera Garnier, July 1964

In summer 1964, HRH Princess Norodom Buppha Devi went on a successful tournée, following Her Father, HRH Prince Norodom Sihanouk in a State Visit in France. This was the first time the Royal Ballet of Cambodia was granted the Opera de Paris as a privileged stage, before the Theatre Sarah Bernhardt (Théâtre de la Ville nowadays).

HRH Princess Norodom Buppha Devi leading the Apsara Ballet at the Theatre Sarah Bernhardt, Paris, July 1964
HRH Princess Norodom Buppha Devi leading the Apsara Ballet at the Theatre Sarah Bernhardt, Paris, July 1964

Obviously, the Italian journalists’ attention was taken by the young couple, HRH Princess Norodom Buppha Devi and Bruno Forsinetti. They were young, beautiful and their story really resembled a fairy tale. Here is the article, which was published in « Tempo », n°29, 18 July 1964

"An Italian for the King's daughter"
“An Italian for the King’s daughter” Lower left: Bruno Forsinetti with HRH Princess Sisowath Monikossoma, eldest daughter of HRH Princess Norodom Buppha Devi. Lower right: the famous Parisian hairdresser Alexandre is adjusting the Apsara Crown for Princess Buppha Devi
"Behind the graceful face of the Princess is hidden a young mother of two children. General de Gaulle himself thought she was a young girl. The unexpected husband is the son of an Italian diplomat."
“Behind the graceful face of the Princess is hidden a young mother of two children. General de Gaulle himself thought she was a young girl. The unexpected husband is the son of an Italian diplomat.”